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Anche qui, ai confini dell'Impero, è arrivata una miracolata copia di

Precipiterommi.

I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN di Ang Lee
Una storia d'amore contrastata. Come tante. Anche se non è come tante, in fondo. Il principale limite dell'acclamato Brokeback Mountain sembra coincidere con quello che viene quasi dappertutto considerato il suo maggior pregio. Ang Lee non rovescia cliché, al massimo li aggira. L'elemento gay, dirompente, passa in secondo piano. La sensualità, unico linguaggio possibile nell'ambiente retrogrado e chiuso in cui la vicenda si svolge, dopo la presenza iniziale, viene omessa, sottaciuta. La potenziale destabilizzante carica emotiva si traduce in un sentimentalismo quieto, decoroso. La controllatissima (e vagamente misogina) sceneggiatura tiene a bada un paradossale conservatorismo di fondo, illuminato quanto si vuole. Nessuna scossa.
Sì, con lievi tocchi Lee è capace di descrivere un quadro composito della provincia americana più profonda, sì, non c'è nessuna caduta di gusto, sì, l'incapacità di verbalizzare i propri sentimenti come conseguenza di una povertà materiale e sociale è un'intuizione più che lodevole, sì, buone interpretazioni, anche ottime in un caso. Ma il materiale a disposizione era parecchio ribollente. E il sottotono sembra funzionare più in chiave anestetica che estetica.
Cosa rimane? Solo una triste, tormentata love story, raccontata in modo classico e sobrio. Troppo sobrio.
Se questa "cosa" a forma di blog ha un senso, e se questo senso avrà una durata superiore alla settimana, forse è il caso di darsi un ordine, di precisarne la dimensione temporale. Per farla breve, di seguito quel che è stato visto al cinema nel mese di gennaio prima di Malick.
KING KONG di Peter Jackson
Come dovrebbe essere un vero kolossal (o un "vero" blockbuster?). Immaginifico e innamorato del Cinema. Jackson urla il suo entusiasmo ad ogni fotogramma, si ubriaca, esagera. E, tra mandrie di dinosauri e un muro di roccia nascosto nella nebbia, realizza un melodramma impossibile e dolcissimo. Al di là di ogni riflessione teorica sull'idea di remake.
Sulla cima dell'Empire State Building la vertigine di un amore impensabile.
La Watts è uno schianto. Di attrice e di donna.
(..se mi commuovo guardando scivolare goffamente sul ghiaccio di Central Park uno scimmione alto non so quanti metri e un esile biondina semivestita nonostante le rigide temperature dell'inverno newyorchese, o quei due o tre neuroni funzionanti che mi sono rimasti sono partiti per una lunga vacanza o Jackson sa il fatto suo..avendo ancora un briciolo di autostima, propendo per la seconda ipotesi..)
MATCH POINT di Woody Allen
Nel teatro lussuoso e agiato della Londra upper class, un'opera nera e raggelata, aria poco lirica, molto disillusa, che canta un mondo retto dalla Fortuna, in cui la Giustizia è assente, figurarsi Dio. Le règles du jeu rendono impossibile il melodramma: la Passione è solo un pericoloso accidente, da rimuovere, come polvere sotto un tappeto.
Woody Allen non è mai stato così duro e così sexy. La sua regia una seduzione elegante, crudele e implacabile. Magistrale.
A margine: in un cast eccellente, la Johansson è da ovazione e Rhys-Meyers, alla faccia di chi non vuole, mi fa ben sperare sull'esito della scommessa fatta su di lui ai tempi dell'adorato (e mai troppo celebrato) "Velvet Goldmine".
LA SPOSA CADAVERE di Tim Burton e Mike Johnson
Quando il mondo dei morti è più vivo del mondo dei vivi, l'Amore si trasforma in un volo di farfalle verso la luna.
Un gioiello di straripante malinconica fantasia.
THE NEW WORLD di Terrence Malick
Gli occhi si aprono su un mondo nuovo, fuori e dentro di loro, fuori e dentro di noi. Perdersi tra gli alberi della selvaggia Virginia o tra le geometriche siepi inglesi per ritrovare l'Unità tra l'Io e la Terra. L'Amore, una chiave di conoscenza. Su tutto, sul panismo invocato e l'evocato doloroso parto di una società "civile" (con tutte le ambiguità che questo termine comporta), si posa amaro il senso della Perdita, di un'Utopia soltanto sfiorata. Ma anche trasformarsi fa parte del ciclo naturale delle cose. Malick, tra folgorazioni estatiche e lampi violenti, sfuma la riflessione antropologico-politica nella poesia cosmica: in un'opera simile, polifonica, stratificata, stordente, i difetti diventano davvero poca cosa.
Cinema dello stupore.