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sabato, 29 aprile 2006

PREMILCUORE. "LIPS ARE A SHORE THROUGH A MOUTH INTO SEA".

Live dei DEVICS ("I Candelai", Palermo).

La seconda folgorazione musicale dell'anno, se non ha forse la forza della prima, ha l'indubbio valore di essere anche retrospettiva. Da "Push the heart" a "The stars at Saint Andrea" (e nel futuro prossimo non si esclude di scivolare ancor più indietro, magari su una "Beautiful sinking ship").

Tra messaggi segreti e mari salati dietro gli occhi, onde distanti (on the radio) e ragazze addormentate, una malinconia dolcissima e pulviscolare.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 21:08 | link | commenti (11)
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martedì, 25 aprile 2006

"FRA I MANZONI PREFERISCO QUELLO VERO: PIERO"

IL REGISTA DI MATRIMONI di Marco Bellocchio

In una Sicilia astratta e atemporale, dove gli orologi immobili segnano un'eterna ora di religione, un feuilleton allucinato, stilizzato, mentale. Un Principe Cattivo, una Principessa Triste, un Artista, gli Sgherri del Principe, un Matrimonio Imposto, una Cripta, un Convento Isolato, un Palazzo Misterioso, un Bestiario Favolistico. Buio tutt'attorno, interrotto dai lumi di una processione per le strade del paese e sulla spiaggia, da una croce che s'incendia nella notte, dal mare che si ritaglia azzurro nella cornice di un vecchio balcone, dal bianco e nero sfarfallante di un occhio digitale ambiguo (un enigmatico sguardo "superiore" o l'esigenza di uno sguardo "obliquo"?).

Bellocchio dirige quest'eresia antimanzoniana con un sorriso ondivago e acre e, al di là dei vari possibili temi (il rapporto tra l'artista e la società, il senso del cinema oggi e sempre, la dissacrazione antistituzionale), domina l'idea dell'Italia come un sepolcro custodito e gestito da zombie (ritornano davanti agli occhi i grotteschi pinkfloydiani funerali di Stato del finale di "Buongiorno, notte"). Idee folgoranti ma tenuta complessiva altalenante: la grande libertà compositiva viene frenata dall'insistenza didascalica di certi momenti (il personaggio fin troppo metaforico del regista Orazio Smamma), la carica destabilizzante del potentissimo e sarcastico incipit disinnescata man mano da un ermetismo un po' punitivo.

Comunque sia, un'utopia laica, onirica e libertaria in tutto e per tutto bellocchiana. Perchè Lucia possa amare l'Innominato, perchè la sposa possa liberarsi del velo e stendersi nuda sulla sabbia, perchè gli sposi non siano più promessi ma soltanto liberi. Di andar via, ognuno sul proprio treno.

[Donatella Finocchiaro ha il volto antico più moderno del cinema italiano contemporaneo]
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 02:37 | link | commenti (4)
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lunedì, 24 aprile 2006

IL "SENSO" DELLA VITA

Al Teatro Garibaldi di Palermo Hervé Guibert letto da Patrice Chéreau e Philippe Calvario.

Contro la morte, una scrittura impudica, vitale, sferzante.

[Prima dello spettacolo, un omaggio semplice, commosso e davvero sentito di Chéreau ad Alida Valli, lo sguardo femminile più conturbante e nobile che abbia attraversato il cinema italiano; questo prologo pieno d'amore e di mestizia sembra quasi dare ancora più forza alle parole di Guibert]

La forza del desiderio che vince sullo sfaldamento del corpo.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 04:57 | link | commenti (2)
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venerdì, 21 aprile 2006

"IT'S THE SAME OLD S.O.S."

"Ringleader of the tormentors"

Teatrale, retorico, dandy e allo stesso tempo straziantemente sincero come forse solo Morrissey può permettersi di essere.

E l'inferiorità all'incanto gloomy di "You are the quarry" è solo un dettaglio di fronte a pezzi come "Life is a pigsty".

[Even now in the final hour of my life I am falling in love again]

Ancora una volta, un appassionato e sardonico inno alla sopravvivenza.

And when the palmist said
"One Thursday you will be dead"
I said: "No, not me, this cannot be
Dear God, take him, take them, take anyone
The stillborn
The newborn
The infirm
Take anyone
Take people from Pittsburgh, Pennsylvania
Just spare me!"

("On the streets I ran") 

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 03:08 | link | commenti (2)
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giovedì, 20 aprile 2006

PRENDI I ******* E SCAPPA (CON CALMA)

INSIDE MAN di Spike Lee

Snocciolati nell'incipit da Clive Owen/Dalton Russell, il Chi, il Cosa, il Dove, il Quando, il Perchè (il Come è da svelare). Coordinate di una rapina in banca. Elementi costitutivi di ogni messinscena. Sia essa una truffa, una guerra, un matrimonio, una transazione d'affari. O un film. Spike Lee ha organizzato il colpo perfetto. Zitto zitto, quatto quatto, in bilico tra ottimo mainstream e imprescindibile poetica personale, tra sfacciato hold up movie e bomba etica, firma uno dei film più belli dell'anno, senz'altro uno dei più solidi.

Mentre Denzel Washington/Keith Frazier e Jodie Foster/Madeline White cercano d'incastrarsi l'un l'altro mirando ciascuno al proprio tornaconto, sullo sfondo campeggia la scritta "We will never forget". Tra fare la cosa giusta e scegliere dove passare la propria venticinquesima ora si dipana un mondo di scorciatoie morali, piccole e meno piccole. Dalla richiesta di cancellare una multa a quella di chiudere un occhio su un genocidio.

La macchina da presa, fluidissima e generosa, scivola tra i tasselli di un melting pot tangibile, nervoso, quotidiano. La colonna sonora di Terence Blanchard gioca quanto il montaggio. Stile elegantissimo senza darlo a vedere. (..forse lo dico..) Miscela inestricabile di cinismo e umanesimo. (..sì, lo dico..) Meccanismo impeccabile, scrittura brillante, grande divertimento, in ogni senso. (..lo sto dicendo..) Billy Wilder avrebbe gradito. (ecco, l'ho detto)

Splendida la sequenza, comicamente drammatica, del rilascio degli ostaggi. Siamo tutti buoni. Siamo tutti cattivi. Forse qualcuno è un po' più cattivo. E un diamante (non) è per sempre.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 00:18 | link | commenti (7)
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martedì, 11 aprile 2006

FORSE AVEVA RAGIONE ELIOT...

...Aprile è il più crudele dei mesi.

[considerazione a caldo su un Paese tragicamente immobile, che non sa perdere, e non sa neanche vincere]

[anzi, ha ragione Nanni Moretti]

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 03:53 | link | commenti (5)
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mercoledì, 05 aprile 2006

PROSSIMAMENTE AL CINEMA: "AIDRA CONTRO IL CAVALIERE"

IL CAIMANO di Nanni Moretti

Un film fatto di rovine. Brandelli di un amore finito senza un vero perché, un maglione strappato con rabbia, detriti confusi di film dimenticati (Gian Maria… Gian Maria...), squarci di film solo sognati, frammenti di trash riciclato e rivalutato come “resistenza alla dittatura del film d’autore”, una ruspa che demolisce un teatro di posa, già devastato dalle televendite di divani, un tetto sfondato da una valigia di soldi sospetti, pezzi sparsi di Lego. Macerie di un Paese, affondato nel qualunquismo, nell’inazione, nel grigiore. Rottami di un Cinema che non riesce più a raccontarci. Storia di un film che (non) si farà, ipotesi di una biografia visionaria del Cavaliere e dello specchio scuro della coscienza nazionale che è finito per rappresentare.

Regia rischiosamente neutra, pulita, netta che riesce ad amalgamare i diversi registri in una commedia (sì, una commedia) inquieta e inquietante, un prisma disincantato e tagliente sulla bruttezza privata e politica di cui ci siamo circondati. La nostra storia, la cronaca dei nostri giorni è diventata un b-movie. Nel migliore dei casi, un film sentimental-borghese, medio, garbatamente accorato. Nel frattempo una nave si allontana sulla strada, di notte, relitto del nostro immaginario agonizzante.

Ma c’è ancora tempo per alzare la testa e girare almeno una scena. E non è un musical liberatorio stavolta (bellissima la sequenza “ballata” della costruzione del set al ritmo di “Ya Rayah” di Kahled, Rachid Taha e Faudel ma il pasticcere trotzkista deve ancora aspettare) perché purtroppo non è più tempo per commedie in quest’Italietta sospesa tra orrore e folklore. Un finale agghiacciante e potente in cui il Caimano si toglie la maschera, si spoglia di belletti, barzellette, sorrisi da coccodrillo, gaffes planetarie e, attraverso il volto livido di Moretti, in un estremo gioco di specchi e sovrimpressioni, guarda in faccia noi e le nostre responsabilità.

Una condanna, un’esplosione, una silhouette nera, un incendio visto da lontano. Così lontano, così vicino.

Sorridendo, un'apocalisse a portata di mano.

[stupida postilla: a me la criticatissima sequenza sulle note già sentite di “The blower’s daughter” di Damien Rice è piaciuta e non poco, semplice, essenziale, forse banale ma chissenefrega, due auto che si sorpassano e si rincorrono, un saluto reiterato, non rassegnarsi alla scomparsa di un amore.. I can’t take my eyes off of you..]

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 19:51 | link | commenti (16)
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lunedì, 03 aprile 2006

QUER PASTICCIACCIO BRUTTO DE VIA SIRIANA

SYRIANA di Stephen Gaghan

La Terra, geopoliticamente intesa, è un meccanismo orizzontale autofagocitante. La corruzione un combustibile "global". L'amoralità un velo uniformante, piatto, opaco.

Thriller politico complesso e macchinoso, puzzle ambizioso di micro e macro storie che deflagrano in un'esplosione che non lascia tracce se non porte chiuse, famiglie affaticate o smembrate, un silenzio color petrolio.

Gaghan continua ad essere uno sceneggiatore più che un regista, controlla lo script ma non lo sguardo. Intreccia fila di diverso spessore qualitativo, garantendo però omogeneità al quadro complessivo, spigoloso e senza spiragli consolatori, ma gli sfugge la forma-cinema, incerta tra un didascalismo narrativo (che sarebbe anche un'opzione legittima) inficiato dall'assenza di chiarezza ed economia espositive e un'estetica del caos, chiave di lettura di un mondo incomprensibile e disumano, priva però di mordente visivo e di densità emotiva. Ci risparmia l'indigesto virtuosismo cromatico e il moralismo sottopelle à la "Traffic" ma smorza la forza della denuncia con una messinscena atona subordinata alla soffocante sceneggiatura. Chili di troppo, mal distribuiti, come la pancia dell'ottimo Clooney.

Coraggiosamente pessimista sì e d'innegabile meritevole "impegno", ma di un pessimismo e di un "impegno" cinematograficamente immoti e implosi.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 16:18 | link | commenti (4)
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