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domenica, 28 maggio 2006

(FIRE)FLY, FREE BIRD, KILL! KILL!

LA CASA DEL DIAVOLO di Rob Zombie

Sull’asfalto divorato dal sole e dalla polvere si materializza il fantasma gore di "Easy Rider", una cavalcata violentissima e soffocante nelle viscere marce e sporche dell’America profonda, nel vanishing point di un immaginario che va dalla famiglia malsana di Ma’ Barker al furore (auto)distruttivo del wild bunch di Peckinpah, passando per porte da non aprire e ultime case a sinistra, tra le ombre lunghe della follia bestiale di Charlie Manson e echi della raffica di pallottole che crivella in un ralenti infinito i corpi degli angeli ribelli Bonnie e Clyde.

Lo sguardo estremo di Rob Zombie (che cazzo di nome, però!) tenta di segnare nuove coordinate su quelle seventies e in parte ci riesce ma frena bruscamente la sua potenza stilistica nella costruzione dei personaggi, spesso solo maschere sbiadite di un carnevale sadico ma mai davvero all’altezza dell’universo morale (o amorale) in gioco, una terra desolata in cui Dio è morto da un bel pezzo e il Diavolo ha lasciato solo rifiuti. E anche l’umorismo demente, non avendo la forza di farsi acido contraltare di un mondo putrescente e chickenfucker, risulta alla lunga un po' stantio. Paradossalmente manca, tra tante influenze, quella che avrebbe potuto dare una coesione (anche etica) a tanto ribollire, il rigore carpenteriano.

Dove Zombie colpisce duro e accoltella davvero al petto è invece nel magistrale, questo sì, connubio audiovisivo, nell’incastro a volte davvero folgorante tra sequenze efferate e una colonna sonora country-rock di densità epica, nello scontro tra Elvis Presley e Groucho Marx, a vantaggio del primo. E la lunga bellissima sequenza finale fa rimpiangere l’eccentrico e maleducato musical on the road sanguinario e selvaggio che avrebbe potuto (e forse dovuto) essere. Seguita da titoli di coda altrettanto intensi in cui le strade si snodano in una wilderness svuotata finalmente di qualsiasi essere umano, sovrumano e subumano.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 16:45 | link | commenti (8)
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mercoledì, 24 maggio 2006

UN AFFARE DI DONNE. BELLISSIME.

VOLVER di Pedro Almodovar

Immerse nel vento folle che spazza la Mancha, dedite all'arte d'arrangiarsi in un sobborgo operaio madrileno, a tu per tu con fantasmi nascosti sotto il letto o dentro il bagagliaio di una macchina, le donne di Pedro continuano a chiedersi cosa abbiano fatto per meritarsi tutto questo (questo criminale labirinto di passioni), innaffiando instancabilmente il fiore del loro segreto. Raimunda, Sole, Agustina e le altre ragazze del mucchio, un girotondo agrodolce dal cromatismo acceso per esorcizzare la morte, una danse macabre sorridente che ha il sapore di un abbraccio che consola dalle pene ma che non cancella il dolore, passato e presente.

Storia densa e mélo, di ricordi e ritorni, di madri e figlie, raccontata però con uno stile depurato, (matri)lineare, di toccante concreta semplicità. I fantasmi di "Volver" non vogliono piangere, tutt'al più chiedono una nuova acconciatura. Eppure, in tanto luminoso equilibrio, lo sguardo di Almodovar sull'universo femminile si radicalizza, cantando un matriarcato assoluto che, in assenza di uomini decenti, si rimbocca le maniche, donne irriducibili, pietose e assassine, femmine sempre e comunque, al di là della vita e della morte. E tutto assume l'aspetto di una faccenda domestica, "cose di donne", lucidare con cura le tombe dei propri cari come asciugare con carta assorbente e strofinaccio un pavimento sporco di sangue, improvvisare un pranzo per trenta persone come seppellire alla meno peggio un frigo che scotta. Un sabba senza streghe, terragno e intimo, accogliente e squillante, che odora di mojito, dolci fatti in casa e tintura per capelli (e persino puzzette della mamma).

Mujeres non più sull'orlo di una crisi di nervi ma pronte a lottare anche contro i mulini a vento.

E tra citazioni più o meno esplicite (la Loren desichiana, la Magnani di Visconti ma anche i melodrammi americani con Lana Turner e Joan Crawford) mi vien da fare una postilla spocchiosamente cinefila: "Volver" è il "Sussurri e grida" di Pedro Almodovar declinato à la Truffaut. Ecco, ho esagerato.

[Raimunda/Penelope Cruz che canta la canzone del titolo con gli occhi lucidi e il cuore sulle tette mentre lo spettro materno ascolta accovacciata sul sedile posteriore di un'auto è una scena madre girata con una grazia che pochi possono permettersi]

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 23:46 | link | commenti (12)
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martedì, 16 maggio 2006

SULLE MIE LABBRA (FIAMMEGGIANTI)

"At war with the mystics" dei Flaming Lips: la caleidoscopica colonna sonora di un beach-movie diretto da Coppola.

Sarà che sento l'estate vicina ma io, che nuoto senza stile, non riesco a smettere di surfare su quest'oceano psichedelico, gioioso ma capace anche di crepuscolari ribellioni (e riflessioni) cosmiche (e politiche).

Un musical debordante e lisergico in forma di spumosa guerra stellare.

[...e il pensiero corre a un disco dei R.E.M. - non c'entra ma c'entra - da me molto amato e generalmente disprezzato, "Reveal"...]

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 18:30 | link | commenti (10)
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VOGLIO ANCHE LALLI

Percorrere strade antiche e preziose, la canzone d'autore italiana anni '60 più intensa e introspettiva (ma non solo quella), per essere ancora nell'oggi e per guardare con sguardo paradossalmente nuovo e retrospettivo il futuro.

Non voglio che Clara, quartetto bellunese che fa miracoli nel disco omonimo. Come ha scritto brillantemente qualcuno, tra Camus e Stefania Sandrelli. E perfino Syria, in un pezzo struggente, sembra uscire da un film di Antonio Pietrangeli.

Maestosamente languidi e raccolti.

Passeggiate ricamate tra letture e attese sono invece quelle in cui accompagna, con dolore lieve, la voce calda e profonda della piemontese Lalli nel suo "Èlia" che è anche il nome del progetto realizzato assieme al musicista Pietro Salizzoni.

Gli echi di Satie nella conclusiva "Ruberò alle piazze" mettono i brividi. E "Li riconosco a stento" assieme a "Cary Grant" dei Non voglio che Clara sono tra le canzoni italiane più belle degli ultimi anni. Fuori dalle mode, dentro al tempo.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 13:03 | link | commenti (5)
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domenica, 14 maggio 2006

DONNE E FUCILI

Soltanto un'associazione di idee. Nient'altro in comune, se non aver letto "Fatale" e aver ascoltato "Grab that gun" negli stessi giorni.

Il primo. Uno dei capolavori del grandissimo Jean-Patrick Manchette. Aimée Joubert, donna brutale e ferita, dal nome dolcissimo, è l'Angelo Sterminatore nella Città del Denaro. Si vestirà di sangue come fosse uno splendido abito scarlatto. Poche parole, nerissime e laceranti, che condannano la borghesia a una morte feroce.

Il secondo. Le Organ sono cinque ragazze canadesi, il loro "Grab that gun" è un lavoro quasi sconcertante. Sonorità "scippate" agli Smiths, ai Cure, ai Joy Division. La leader è vocalmente un incrocio tra Morrissey e Patti Smith. Il tono è malinconico e smaccatamente new wave. Potrebbero risultare, a ragione, irritanti. Io le trovo irritantemente deliziose e ci sguazzo dentro senza pormi tanti problemi, cantando "we have got to take cover, brother".

Niente in comune, ripeto. Ma si parla di donne. E di fucili.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 03:51 | link | commenti (4)
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lunedì, 08 maggio 2006

ZUPPA DI ZAMPE DI CONIGLIO alias LOST MISSION

MISSION: IMPOSSIBLE III di J.J. Abrams

Potrei dire che Berlino è post-industriale, Roma clericale e "dolcevitosa", Shanghai verticale e brulicante, che le spy-stories apolidi viaggiano da sempre su un immaginario geografico dalle onde corte.

Potrei dire che l'incipit è bruciante e promette una cupezza che non mantiene e che la sequenza orientale, giocata su altezze scintillanti e sull'ingegnoso fuoricampo della missione vera e propria, è la migliore.

Potrei aggiungere, rischiando il cortocircuito, che con Abrams alla regia, la serie, ormai cinematografica, in qualche modo torna alla televisione originaria. E continuare che sicuramente è l'episodio più compatto ma anche quello più anonimo.

Potrei sottolineare che Philip Seymour Hoffman è sensazionale anche in panni bidimensionali e che quando nella stessa sequenza ci sono DUE Philip Seymour Hoffman sono andato in sollucchero.

Potrei dar voce all'imbarazzo provato quando, durante la sequenza romana, Cruise e Rhys Meyers, sotto mentite spoglie di autisti dell'Urbe, gesticolano esagitatamente al di là del lecito e comune senso del folklore. E ammettere la discreta antipatia che suscita in me la mogliettina dell'agente Ethan Hunt, amorevole infermiera che scopre in sè, in finale di partita, potenzialità da novella Calamity Jane.

Potrei denunciare, pur consapevole della natura fondamentalmente ludica del prodotto, un vago molesto retrogusto reaganiano fuori tempo massimo in questo familismo coniugato col sangue da versare "per le strisce rosse della bandiera". E osservare che comunque adrenalina e tensione non mancano e blablabla ma "tanto si sapeva", come dice Ving Rhames/Luther.

Potrei infine fare lo spiritoso e dire che questo film si autodistrugge ogni cinque minuti.

Ecco cosa potrei dire ma quel che veramente penso e soprattutto sento si può riassumere più semplicemente in tre parole, solo tre parole.

La solita sbobba.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 04:26 | link | commenti (10)
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