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Cinema e (forse) altro. Perdite di tempo, in pratica.

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sabato, 30 settembre 2006

LA VIA LATTEA

NUOVOMONDO di Emanuele Crialese

La Sicilia è un paesaggio pietroso che porti in bocca, sanguinando. Una terra che ti copre fino al volto come una coperta. Un presepio pagano, dove uomini, donne e animali sono uniti da legami arcani e viscerali. La Sicilia è una madre "medica" che ti strappa la serpe che ti morde dentro mentre i morti, perplessi di fronte a certe scelte, ti regalano comunque i loro vestiti. La Sicilia è un'anima preistorica pulsante, una ferita/faglia che non si rimargina.

L'Oceano è un contenitore liquido in cui si liberano le traiettorie della paura e del desiderio. Un ventre buio in cui i corpi si osservano, si scoprono, si annusano, si scontrano tra loro. L'Oceano è lo spazio immenso, pericoloso e claustrofobico tra due pensieri.

Lamerica non si vede. E' una promessa di matrimonio nella nebbia, ancora senza amore perchè per l'amore c'è tempo. Sono le case nel cielo intraviste/immaginate oltre i vetri orbi. E' un rompicapo da risolvere. E' il muro dietro the golden door. In attesa del nuovo mondo c'è un'anticamera kafkiana, dura e opprimente. Ma c'è anche la tenacia dei sogni.

Attraverso gli occhi di Salvatore Mancuso, l'uomo in bilico, l'uomo che nacque due volte, attraverso il suo sguardo vergine ma mai stolido, stupito e fiero, Crialese prosciuga l'epica e rimane ancorato alle cose, sente il dramma (intimo e storico) ma non lo espone, lo "respira", creando momenti di suggestiva sospensione*. La programmaticità della scrittura, le secche del simbolismo e alcune incertezze di ritmo passano così in secondo piano, se non in terzo, grazie a una messinscena di parsimoniosa e asciutta potenza, antitornatoriana. E i sogni acquistano una concretezza che non è mai fatuo svolazzo pseudovisionario. I sogni sono qui cibo da addentare. Mentre il finale è una pagina bianca su cui gli uomini e le donne si accingono a scrivere le loro piccole storie, la loro Grande Storia. Una bracciata dopo l'altra.

"Nuovomondo" è il dagherrotipo di un futuro che ancora non c'è.

*Tra i tanti: Luce e Fortunata, la donna senza passato e la donna del passato, il tempo si ferma, un lampo d'intesa, Luce sta per diventare la moglie di tuo figlio, Luce sta per diventare una parte di te, Luce è definitivamente entrata nel ritratto di famiglia.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 18:55 | link | commenti (17)
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domenica, 17 settembre 2006

THE QUEEN IS (NOT) DEAD

THE QUEEN di Stephen Frears

Partorita da uno schianto nel tunnel parigino dell’Alma, la settimana di fredda e composta Passione della Corona Britannica, stretta tra la resistibile ascesa mediatica dello Stregatto Tony Blair, l’astuto uomo della modernizzazione terrorizzato dalla parola “rivoluzione”, e i funerali kolossal in mondovisione di Lady D, la principessa del popolo che si ciba di tabloid. Quel che rischiava di limitarsi ad una irriverente e comunque gustosa sit-com Reale con teste coronate in vestaglia e borsa d'acqua calda davanti alla Tv (mentre il Primo Ministro in maniche di camicia si appresta a lavare i piatti o a mangiare la colazione preparata dall’agguerrita moglie-avvocato), nelle abili mani di Frears e del suo ottimo sceneggiatore Peter Morgan, si trasforma in un acutissimo pamphlet antropologico-politico, un brillante processo dall'esito ambiguo (il popolo inglese vs. i Windsor), un saggio lucidamente sarcastico e appassionato sulla Ragione di Stato, che scuote l’estremo riserbo di un’istituzione plurisecolare spingendola a piegarsi alle nuove regole della comunicazione di massa, e sullo Stato della Ragione, soprattutto quando quest’ultima è compromessa dallo stordimento mediatico e dal Nuovo che avanza indiscriminatamente senza sapere quanto di Vecchio ci sia in esso.

Ma anche, e forse soprattutto, un formidabile ritratto di signora con corona, suddita di se stessa, di una tradizione millenaria, delle proprie inestirpabili radici, di un’etichetta di cui forse solo lei ormai scorge la necessità morale, assediata nel suo castello da un esercito di fiori e biglietti di lutto che colpiscono come fucilate in una battuta di caccia, esemplare femmina di una razza solitaria e fiera, a rischio di estinzione come il nobile cervo decapitato al suo posto.

Regia intelligentemente funambolica, che volteggia leggera tra fiction iperrealista e immagini di repertorio, tra gli aristocratici 35 mm di Buckingham Palace e il super16 borghese di Downing Street, tra pareti domestiche e brughiere scozzesi, in una galleria di figure che escono dalla cronaca o dal gossip per diventare personaggi al tempo stesso simbolici e a tutto tondo, come vuole l’infallibile lezione shakespeariana. La satira sfuma così nel dramma e viceversa ma il (buon) cinema, a differenza della tv, davanti alla morte e al dolore sa fermarsi dietro una porta e abbassare lo sguardo. Diana qui è solo un’immagine fantasmatica e ossessiva, l’icona pop ed esteticamente vendibile di un malinteso e contrastato spirito progressista, uno sguardo sardonico, forever young, che sfida sul finale in un bellissimo controcampo la vecchiaia tenace di Elisabetta. Inevitabile il sospetto che se la modernità è una messa funebre officiata da sir Elton John, forse è meglio crepare conservatori.

God save Helen Mirren.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 18:16 | link | commenti (21)
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venerdì, 15 settembre 2006

TENTATIVO FALLITO DI DARMI UN TONO DA CINÉPHILE D'ASSALTO

QUEI LORO INCONTRI di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet

Divinità che parlano tramite corpi di contadini e cacciatori, oracoli nostalgici e invidiosi di una dimensione umana fatta di tempo mortale e di dolore creativo, fissità pittorica delle inquadrature fotografate dal grande Renato Berta e rumori di fondo di una natura in perpetuo movimento, una sequenza finale ascendente che in assoluta semplicità cerca di conciliare Terra e Cielo, Storia e Mito. L'ammetto: questi rendez-vous en plein air, questi dialoghi su un Elicona toscano hanno un loro ostico fascino, anche se di uno sperimentalismo un po' rétro. Ma la recitazione straniata e cantilenante (qui più invasiva rispetto al precedente "Sicilia!"), dopo un po', oltre ad allontanare inevitabilmente lo spettatore dall'affascinante testo di Pavese e dal rigoroso lavoro sulle immagini, sfiora pericolosamente l'effetto di una martellata sui coglioni. E alla fine viene una voglia matta e cinefilicamente scorretta di far pernacchie ascellari, indirizzandole a uomini e dei, senza distinzione alcuna. O di chiamare un esorcista perchè questa possessione divina finisca e operai e contadini tornino alle loro lotte, alle loro nubi, alla loro resistenza, con e senza "r" maiuscola.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 16:33 | link | commenti (9)
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