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martedì, 31 ottobre 2006

MONDO PERRO

BABEL di Alejandro Gonzales Iñarritu

La polvere soffocante del Marocco più povero e meno imperiale con annessa sindrome "tè nel deserto" ad uso e consumo di occidentali turisti/colonizzatori. Il Messico di frontiera, ebbro e cencioso, tra nozze caotiche e deserti legali. Le mille luci mute e suicide di Tokyo.

Un babelico frammentato meditabondo concatenarsi di stereotipi (ideologici, visivi, narrativi) su spettro globale (il mancato dialogo tra la parte ricca del mondo, viziata e in crisi, e quella povera, in fondo generosa e condannata ad essere sempre colpevolmente vittima) che prova a riscattarsi in una chiave esistenziale e intimista, a cercare i 21 grammi di anima che mancano alla comunicazione ma che non raggiunge MAI l'espressione di un dolore autentico.

Regia furbissima che dimostra come uno più uno più uno più uno possa anche fare quasi zero ma che azzecca l'idea (solo quella, non la sequenza) della tata messicana che vaga con i due rampolli yankee in una no man's land e qualcosa del segmento giapponese, quello più distaccato, dove almeno il sistema di segni da decifrare si fa un po' più complesso e corporeo. Perdere la verginità diventa quasi il masochistico desiderio di una ferita che faccia finalmente sentire qualcosa. O qualcuno.

Non irritante come "21 grammi" ma sontuosamente inutile.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 20:23 | link | commenti (3)
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giovedì, 26 ottobre 2006

STIAMO TUTTI MALE

LA SCONOSCIUTA
di Giuseppe Tornatore

Urlato dall'inizio alla fine, anche quando non vola una mosca. Inizia coma un "Eyes wide shut" degli scafisti e termina come un Matarazzo adattato all'epoca triste delle fiction TV contemporanee (italiche, sia chiaro). In mezzo, confermo, soprattutto per svogliatezza, il pregiudizio già formulato qui (commento #13): un incrocio tra il simbolismo di un Kieslowski postumo (rielaborato da altri ovviamente) e la sentenziosità di un Faenza ancora vivo, con una spolverata di ciò che di peggio c'era in "Una pura formalità" (la ridondanza plumbea).

Il lavoro sul genere thriller ci sarebbe pure, sotto forma di più o meno abile esercizio di stile ma preso a colpi di mannaia morriconiana (il maestro mi perdoni ma non è Bernard Herrmann) e affossato soprattutto da una costruzione a flashback di didascalica volgarità che, tra l'altro, ammazza la suspense sul nascere. Il mélo invece è tutto esteriore, sadico e ruffiano. A questa regia di greve ed equivoca eleganza quello che potrebbe anche essere un buon cast reagisce come può, con un uniformante cipiglio.

A forza di rovistar nell'immondizia, a volte si finisce per rimanerci dentro, se non si sa liberare lo sguardo. E le competenze da orefice non garantiscono a Tornatore la conoscenza della pietra filosofale. Tutt'al più una misera patina di polvere d'oro.
Altro? No, grazie, basta così.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 03:41 | link | commenti (12)
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lunedì, 23 ottobre 2006

N - L'ORGETTA BISCHERA DEL POTERE

N - IO E NAPOLEONE di Paolo Virzì

Quando si sente parlare di "progetto ambizioso" nel cinema italiano c'è sempre da star tremendamente cauti dato che spesso è solo una formula che nasconde il vuoto d'idee o peggio (l'imitazione di idee altrui). Non è il caso di "N - Io e Napoleone", che di idee ne avrebbe e anche tante (e non starò qui a sciorinarle rischiando di stilare una pseudo-napoleonica raccolta di aforismi stantii). Peccato però che Virzì sbagli quasi tutto.

Il ritmo innanzitutto, affatto fluido, pensoso a tratti, a tratti macchinoso, ondivago senza un vero perchè, che sostituisce senza convinzione l'andante con brio (e sottile montante amarezza), cifra vincente del suo cinema fino ad oggi.

Poi il tono, poichè si riveste (e non si sostanzia) di un'imprecisa e scollata commedia di caratteri quello che in fondo non è che un dramma etico e politico: il sogno libertario di un tirannicidio che si rivela il desiderio soffocato di un tormentoso parricidio (ed è esemplare una delle poche sequenze davvero riuscite del film, l'esecuzione del "cattivo maestro", il Virzì implacabile e cattivo che non ti aspetti). E nel bozzetto di un popolino allegrotto e furfante che non sa fare la rivoluzione ma sa solo essere servo vigliacco di un popolano più furbo e più gaudente di loro e molto meno fascinoso di quanto possa sembrare, la sensazione appena tratteggiata di un'Italia condannata ad essere per sempre provinciale e inetta non trova alcuno sbocco.

L'incertezza del disegno complessivo si proietta sul senso ultimo della vicenda narrata: ritirarsi nel proprio orticello e far bene giusto lì, facendo uso di una saggezza concreta, tenace ma a limitato raggio per ottenere i propri piccoli trionfi (come sconfiggere un'avvenente baronessa e farsi impalmare dal maestrino idealista)? Abbandonare i trattati utopistico-politici del cui fervore la servetta non capisce una parola e dedicarsi invece a un picaresco romanzo d'avventure in cui la fantasia viene a patti con le proprie esperienze, sia pur minime?
Un'ottica rinunciataria che lascia il tempo che trova e che nel precedente cinema di Virzì, quando era presente, si coniugava comunque a un disincanto amaro e (auto)critico qui assente o molto debole.

Ultimo colpo di reni nel finale (altra bella sequenza) quando nel cimitero delle buone (o cattive) intenzioni si disseppellisce una pistola perchè possa sparare ancora. Una pallottola che nulla può contro una Storia che, aristocraticamente puttana, premia i Grandi e beffa i Piccoli. Peccato, davvero, che lo sguardo di Virzì sia qui caricato a salve.

[Persino la proverbiale ottima e compatta direzione degli attori da parte di Virzì qui si sfrangia in una serie di prove di diversa resa: un Napoleone di sfuggente vanità che deve più al carisma naturale di Auteuil che alla sua effettiva interpretazione, un Ceccherini bravo ma nulla più, una Bellucci sorprendente (forse l'unico personaggio autenticamente divertente) che fa il paio con una dimessa e ottima Inaudi, la Impacciatore e Mastrandrea preoccupati principalmente di far quadrare il loro accento toscano, e poi lui, il piccolo scrivano elbano. Nessuno tocchi Elio Germano. Bravissimo.]

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 01:49 | link | commenti (7)
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domenica, 15 ottobre 2006

INSIDE MANN

MIAMI VICE di Michael Mann

È attraversato da lampi all'orizzonte "Miami Vice", poliziesco sinuoso e brusco, negativo deflagrante della serie tv anni '80 dove l'edonismo sfacciato e patinato si è trasformato in un proliferare poco gioioso e poco glamour di auto dal design lucente, offshore velocissimi, videotelefonini, computer, minitelecamere, plasmi, tutte protesi metalliche e ipersofisticate di un'umanità desolata, meccanizzata, solitaria, mai simpatica, senza figli, senza padri.

Bene e male non hanno più un'identità né una vaga collocazione, e neanche una dimensione epica (come in "Heat"), i loro contorni nebulosi si accendono solo in corrispondenza degli squarci mélo, quando il cinema fragoroso e stordente di Michael Mann si autosospende alla ricerca romantica di un senso e di una pace.

Lo sguardo digitale fremente si insinua tra le pieghe della pelle, scolpisce le collisioni dei corpi, nel sesso e nella morte, perlustra le sfarfallanti luci notturne della città, scopre mondi collaterali, fissa sgomento l'alba livida, s'immerge nel caos sonoro di una discoteca o di una sparatoria, scava nel nero più profondo e nel bianco più accecante, tendendo allo spasimo la visione, rifondando il significato di un'estetica iperrealista.

Continua a lampeggiare all'orizzonte di "Miami Vice", avvisaglie di una tempesta provvisoriamente fuori campo, di un domani che non potrà essere dolce. E sulla città liminare, ostile e fredda, si allunga minacciosa l'ombra delle palme selvagge.

A questo punto poco conta la propria personale classifica manniana (per quanto mi riguarda questo action cupissimo e pulsante lo trovo comunque inferiore, per limitarmi a un titolo, al precedente "Collateral"): finché ci saranno registi come Michael Mann, capaci di coniugare instancabilmente la sperimentazione col genere, il linguaggio col cuore, il cinema non potrà morire.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 14:17 | link | commenti (6)
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mercoledì, 11 ottobre 2006

IL NOSTRO FRAGILE EQUILIBRIO NELLA TERRA TRA LE STELLE

"Incontri a metà strada" - Riccardo Sinigallia

Appunti notturni sulla propria donna dalle lunghe mani elettriche, sul figlio che nuota nell'infinito digitale dell'ecografia, sugli amici perduti, su questi anni di pace illusoria. Sonorità preziose, scrittura toccante che cresce dentro piano, tra malinconie metropolitane e aperture cosmiche.

E un’altra notte che nasconde le macchie
Un’altra notte che copre le spalle
Un’altra notte che segue le tracce
Un’altra notte che aspetta con me
Un’altra notte che gira le spalle
Un’altra notte che muore con me
Un’altra notte che ride con me
Un’altra notte che aspetta con me

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 02:24 | link | commenti (3)
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lunedì, 09 ottobre 2006

L'ILLUSIONISTA, LA MORTE E LA FANCIULLA

SCOOP di Woody Allen

Alla fine, forse, con Woody Allen è tutta una questione di empatia. Per esempio, quando vedo i classici titoli bianchi su fondo nero, io già mi sento a mio agio. Perchè il trucco funzioni, il prestigiatore/regista Splendini/Allen ha bisogno di coinvolgere il suo pubblico blandendone più volte, in modo amabilmente sarcastico, la forza di gruppo e la sintonia di idee. Così fa con me e per quanto mi riguarda sono ben lieto di continuare a pagare la tessera del club.

A ben vedere, poi, in questa commedia-noir leggera e spassosa che si muove con destrezza mai spocchiosa tra suggestioni hitchcockiane (l'ambiguità lattea del "Sospetto", la cantina di "Notorious"), brillanti tocchi "screwball" e rimandi interni alla stessa filmografia alleniana, in sorridente bilico tra terreno e ultraterreno, non siamo così lontani dall'universo crudele di "Match point". Anzi è proprio qui, in una cornice londinese di dimore esclusive e compostissimi giardini, che la spietata conquista (e il mantenimento) di un "posto al sole" trova la sua materializzazione cinefila più evidente nella sequenza del lago. Risolvendo il caso, la fallita igienista dentale e aspirante giornalista Sondra è come se risarcisse l'ingenua femme fatale Nola (ed è sempre Scarlett Johansson a interpretarle, solite adorabili labbra ed occhiali mortificanti, qui in una prova per la verità non molto incisiva e superata a sorpresa dall'aplomb lievemente "carygrantiano" di Hugh Jackman). E Allen, stemperando la cupezza del film precedente, esorcizza la morte, reale e dei valori, con l'illusione comica. Che però illusione rimane: alla fine lo scoop è stato realizzato ma gli affetti sono scomparsi. Il bicchiere, come dice Splendini/Sid Waterman, è sì mezzo pieno, ma di veleno.

Poi, ripeto, in fondo è solo questione di empatia. Perchè quando sento certe battute, come quelle su "casa di bambola" o sull'arpa giudaica o sull'ansia come aerobica personale, non so gli altri, ma a me viene voglia di abbracciarlo quest'uomo dall'età ormai indefinita che continua a giocare con i tarocchi della nostra esistenza, facendoci (sor)ridere fino all'estremo sospiro e oltre.

Defunti sì, ma non depressi.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 19:59 | link | commenti (20)
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venerdì, 06 ottobre 2006

LA LINGUA GENEROSA DELLA MOGLIE GRU

"The Crane wife" - The Decemberists

Anche a me, come a lui, sembra già di conoscerlo a menadito nonostante sia stato dato alle vendite da pochissimi giorni. Anzi, se non mi sbaglio, credo addirittura che lo canticchiassi prima ancora che uscisse. Vedi il potere della suggestione. "The crane wife" è un piatto ricco. Ce n'è per tutti, ci sono innamorati, soldati, criminali, morti ammazzati, donne devote, vecchie storie e turbamenti eterni, c'è una fiaba popolare giapponese divisa in tre parti e due canzoni, c'è persino una suite prog "corsara", c'è così tanto che Colin Meloy e soci si possono permettere anche un pastrocchio schitarroso come "When the war came". Assolutamente irresistibile il duetto con Laura Veirs "Yankee Bayonet (I Will Be Home Then)" mentre il polifonico congedo finale "Sons and daughters" forse non sostituirà "The mariner's revenge song" come mio sogno proibito di performance on stage ma mi suggerisce comunque idee per altre plateali e trascinanti (e del tutto oniriche) messe in scena personali.

Hear all the bombs fade away
Hear all the bombs fade away
Hear all the bombs fade away
Hear all the bombs fade away

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 04:23 | link | commenti (7)
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mercoledì, 04 ottobre 2006

POLVERE DI STELLE DISMESSE

LA STELLA CHE NON C'È di Gianni Amelio

All'inizio ho temuto il peggio (e non ho mai avuto riserve su nessun film di Amelio finora), con quel cognome, Buonavolontà, che sembra già tracciare una volta e per sempre le linee prospettiche della storia e inchiodare al suo destino un personaggio troppo scritto. Il sospetto avanza minaccioso con l'inizio di un viaggio all'insegna di un idealismo tutto di testa e mai di pancia, immobile nonostante le distanze percorse, e con il solito personaggio-specchio "altro da sé", scovato e riconosciuto come tale immediatamente. E l'incongruità di alcuni dettagli che altrove sarebbe meno che trascurabile qui acquista una consistenza molesta (ma dove li trova i soldi per un viaggio simile un operaio disoccupato? e le vere ragioni di un tale incaponirsi risiederebbero solo nella dedizione di una vita all'etica dell'"aggiustare le cose"? e poi masticare un po' di cinese sì e parlare uno sputo d'inglese no?).

È perdendo di vista l'obiettivo del viaggio, penetrando nel cuore del nuovo spauracchio dell'Occidente (dopo il Muro, cadrà la Muraglia?), una Cina quasi post-atomica, un impero di polvere e cemento, costellato di palazzoni che sorgono nel nulla e di fabbriche che hanno il respiro pesante di dragoni meccanici, che Vincenzo e Liu Hua cominciano a respirare, anche dolorosamente, liberandosi di una tesi che li ingabbiava, e a guardarsi/guardarci davvero. In un paesaggio in perenne rovina, tra le macerie delle ideologie sconfitte, è il senso del rispetto per gli altri e per se stessi che prende piano la ribalta, di un dialogo perduto che nessun vocabolario potrà mai completare, del pezzo che manca all'acciaio tenace e all'acciaio dolce dentro di sé.

E anche lo sguardo di Amelio si libera, nella breve folgorante sequenza giocata tra scalinata e ascensore, nella lunga soggettiva spezzata all'interno del cantiere in cui si scivola impercettibilmente dall'entomologia all'inorridimento, nello squarcio sommessamente lirico degli spaghetti stesi al sole, nella confessione di una vita problematica sussurrata sull'orlo di un baratro, nel primo piano sul pianto contratto e imploso di chi si è accorto che il proprio fallimento esistenziale e politico coincide con la propria vittoria morale ma che si può ancora ricominciare, un giocattolo da riparare forse ci salverà la vita.

Poi, purtroppo, c'è quel finale aperto, in una stazione perduta, che sa tanto di posticcio. Anzi, sa di imitazione di Amelio. E alla fine si rivela fondamentale la fotografia di Bigazzi che come spesso accade è quasi un secondo regista. E qui forse è più bravo del primo.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 03:26 | link | commenti (6)
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