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martedì, 27 febbraio 2007

L'IMPERO DEL SOLE CALANTE

LETTERE DA IWO JIMA di Clint Eastwood

Dissepolta con un atto di archeologia misericordiosa, ancora una volta, la memoria di Iwo Jima. Non più momento strategico della Seconda Guerra Mondiale, al centro dei grandi meccanismi mistificatori dell'apparato istituzionale e bellico, ma lembo di terra scura, dalla sacralità dubbia, perso nel nulla dell'Oceano, attraversato da anime sole e vaganti nei cunicoli della cronaca di una morte annunciata.

Capolavoro immerso nelle ceneri del tempo e nei tunnel cavernosi della propria individualità di uomini ancor prima che soldati, fatto di eclissi di luce, di ombre sulla roccia, di rimbombi sotterranei funebri che al tempo stesso scandiscono il ritmo delle pulsazioni vitali, di splendore cupo. Avvicinandosi allo sguardo nemico e facendolo proprio, Eastwood riflette anche sulla fragilità delle barriere culturali e linguistiche e approda a una universale e struggente visione esistenziale. I flashback qui, a differenza che in "Flags of our fathers" in cui erano pilastro portante di un tortuoso discorso politico e sociale, sono brevi squarci pudichi sulle proprie personali verità, l'inviolabilità del focolare domestico così come la fede nell'utopia civile di un'amicizia tra i popoli. Per un piccolo splendido momento perfino il cinema sembra diventare territorio d'incontro tra schieramenti opposti eppur così simili, Mary Pickford e Douglas Fairbanks gli inconsapevoli firmatari di un trattato di pace momentanea.

Ed ancor più che in "Flags of our fathers", col quale comunque "Letters from Iwo Jima" costituisce un dittico di inscindibile preziosità, Eastwood ne fa una questione di (magnifico) stile, depurando il genere in un'intima sinfonia in nero di paradossale e stilizzata grazia, malgrado le atrocità del conflitto, un pannello monocromo sfumato e vibrante composto secondo le armoniche e rigorose regole di un ikebana bellico.

Sarà anche vero che Eastwood non disconosce le ragioni della guerra ma è innegabile la commovente schiettezza con la quale viene tratteggiato l'elogio del disertore. Perchè c'è l'ora per combattere ma anche l'ora per mollare. E perchè arriva il tempo in cui le pale devono smettere di seppellire per tornare a sfornar pane. Alla pioggia di bombe e di metallo infuocato Eastwood risponde con una pioggia di lettere vergate di ideogrammi, eleganti essenziali e neri come il suo cinema, che raccontano del saper morire e del voler comunque vivere.


postato da: UnoDiPassaggio alle ore 16:34 | link | commenti (12)
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sabato, 10 febbraio 2007

RABBIT IN YOUR HEADLIGHTS


INLAND EMPIRE di David Lynch

INLAND EMPIRE è l'impero parallelo dei sensi, la dittatura dello spazio interiore. Ma è anche una regione della California meridionale, ad est di Los Angeles, prossima al deserto. Una zona dai confini nebulosi, poco chiari perfino ai suoi stessi abitanti.
Forse, INLAND EMPIRE è la zona morta dello storytelling.

INLAND EMPIRE è la scienza degli incubi che si autorigenerano nei corridoi della paura, è la chiave del diario segreto di Laura Palmer, la materia di cui è fatto il nastro della videocassetta di "Strade perdute", il motore impossibile che alimenta la falciatrice di Alvin Straight, il backstage del club Silencio di "Mulholland Drive".

INLAND EMPIRE è la doppia (o multipla) vita di Laura Dern, impegnata in una performance monumentale e borderline, donna, attrice, spettatrice sconcertata e stupefatta da ciò che sta vivendo, interpretando, guardando. È sullo schermo ed è in platea, è in America e in Polonia, è ovunque. E durante i magnifici titoli di coda, uno scatenato "a proposito di tutte queste signore" sulle note gospel di Nina Simone, apparentemente liberatorio, di una cupezza invece lancinante e beffarda, è condannata dalla sua mancanza di una personalità definita a rimanere immobile come una bambola, pronta ad essere "posseduta" di nuovo.

Ma soprattutto INLAND EMPIRE è il grande inceneritore dell'immaginario
hollywoodiano e televisivo occidentale nel quale implodono spaventosamente i residui del mélo, del thriller, del musical, delle soap-opera, delle sit-com, dei talk-show, perlustrati da uno sguardo interiore digitale a bassa definizione, sporco, a volte vistosamente "brutto", malsano, che s'incolla ai primissimi piani come specchi deformanti. È il disperato tentativo di liberare una lost girl chiusa in una camera d'albergo dalla prigione dello schermo.
Nell'imbuto spiraliforme di INLAND EMPIRE viene risucchiata un'intera civiltà delle immagini mentre sulle stelle da marciapiede dell'Hollywood Boulevard si vomita sangue.

L'opera più estrema, sfiancante, urticante di David Lynch. Forse non è più neanche cinema, forse è videoarte (a momenti persino toccante) installata nelle sale dei circuiti "normali" come fosse un ultracorpo. Sicuramente è lo sconvolgente punto di non ritorno della sua poetica. Adesso Lynch può solo e forse DEVE tornare indietro.
On high in blue (velvet) tomorrows.
 
INLAND EMPIRE, "la nuit américaine" secondo David Lynch.

[Ma Lynch lo sa che
il 47 nella smorfia è "morto che parla"? Dead man talking]

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 19:47 | link | commenti (52)
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venerdì, 02 febbraio 2007

MONEY'S TOO TIGHT TO MENTION

LA RICERCA DELLA FELICITÀ di Gabriele Muccino

Happyness.
C'è una "y" che falsa l'equazione dell'edonismo reaganiano, origine di tanti mali. C'è una "y" che invalida la formula utopistica jeffersoniana, atto di nascita degli USA. Ma di questa variabile avvelenata, relegata nel titolo originale, nel film rimane appena un'ombra, fugata dal fiatone continuo di Chris Gardner, deviata dalla misura adottata nell'illustrare (in modo un po' leccato, altro che discesa agli inferi) le disgrazie che capitano al protagonista, abbagliata dal lucente anonimato della regia di Gabriele Muccino, la cui altrove lodata "medietà" a me qui è sembrato solo un abilissimo ed elegante modo per salvare capra e cavoli.

Perchè sotto una fragile patina di critica al sistema (presunto apporto "europeo" al progetto), "La ricerca della felicità" è una delle difese più smaccate dello stereotipo del "Sogno Americano" aziendalizzato che mi sia mai capitato di vedere sugli schermi da molti anni in qua, un inno di pacato e rassegnato qualunquismo all'individualismo e alla competizione, in cui i barboni rimangono sempre e comunque una folla indistinta mentre qualsiasi successful man ha diritto a un'inquadratura personale in più, senza che questa scalfisca la sua immagine. E l'uomo della strada se la dura (e se sa risolvere il cubo di Rubik, precipitato ludico anni '80 dell'abnegazione fine a se stessa) la vince. Un "Glengarry Glen Ross" ripulito e ammorbidito. Frank Capra for dummies.

Meccanismo oliatissimo e senza troppa anima, sceneggiatura preconfezionata
da manuale delle scuole di sceneggiatura sul tema della rovinosa caduta e del riscatto personale (e non è un caso che le parti più deboli siano proprio quelle più "mucciniane", gli scontri familiari, frettolosi e tirati via, possibili disturbatori della quiete pubblica di uno script già rodato, con una Thandie Newton alle prese con un personaggio monodimensionale e sgradevolissimo che non fa piangere la sua assenza), regia professionale che si piega senza noie o sbavature al soggetto, dimostrando di poter svettare tra i venti stagisti hollywoodiani, un attore protagonista eccellente.

Ma i cinque dollari restituiti nel finale, quasi la misura etica ed estetica dell'intero film, non mi vanno tanto giù. Come trasformare una beffa atroce in fiduciosa carezza padronale. Come nascondere che quello che ci stanno dando ce lo avevano già tolto. Un pareggio dei conti che si avvicina pericolosamente a un azzeramento del senso.
Ancorato a uno scanner osseo che forse è davvero una macchina del tempo, nonostante le corse, un film immobile.

[pensate quel che volete ma io Muccino lo preferisco ansimante e nervoso e blaterante a casa nostra e il suo "Ricordati di me" continua a sembrarmi, nei suoi tanti difetti, un ritratto terribilmente efficace e probabilmente inconsapevole dell'impossibilità italiana di sfuggire all'agonia del proprio immaginario e di alzarsi da una mediocrità senza sbocchi]

Dispiace un po' inserire in questa ingrata cornice un accorato APPELLO per l'ingresso nella Connection di Miss Margot Tenenbaum, della quale basta leggere un post a caso per capire che del suo sguardo aguzzo e fascinoso l'accolita dei cinebloggers non può fare ancora impunemente a meno. Aspetto dunque un sostegno convinto per poterle recapitare il mazzo di camelie che ho già predisposto, prima che appassisca.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 17:01 | link | commenti (22)
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