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martedì, 24 aprile 2007

MY OWN PRIVATE FAR EAST FILM FESTIVAL

Aperta dal capolavoro "The Host", in concomitanza con la manifestazione di Udine, ecco la mia rassegna parallela, tascabile e domestica, con tanto di retrospettiva (per ragioni di budget limitata a un solo preziosissimo titolo). Ci si arrangia come si può.

STILL LIFE di Jia Zhang-Ke

Sigarette, liquore, tè, caramelle sono i puntelli che sorreggono la fragile ma testarda impalcatura umana in mezzo al cantiere di demolizione della regione cinese delle Tre Gole su cui si posa lo sguardo di Jia Zhang-Ke. Frugali coordinate di due storie minime (e parallele) di riconsiderazione del proprio passato e vago rilancio del proprio futuro, due "ufo" narrativi quasi intravisti, appena intuiti, nel campo lungo di un paesaggio evanescente, intrappolato nelle banconote, violentato dalla politica governativa.
Non solo il progresso schiacciasassi, non solo la modernità che tutto divora. Jia Zhang-Ke mette in scena, attraverso un digitale ondeggiante di clamorosa bellezza, lo smarrimento del Tempo (del suo senso, storico ed esistenziale), la sua sospensione (gli orologi stesi a un filo), il suo liquefarsi in un bacino visivo in cui cronaca documentaristica e fantascienza poetica hanno lo stesso peso specifico.

Minimalismo ipnotico, corporeo e rarefatto al tempo stesso, impastato di sudore e foschia, ruggine e canti d'amore, asfissianti calcinacci e bagliori improvvisi (una maglietta stesa ad asciugare, un'arcana costruzione che prende il volo come un razzo nel cielo serale, nella medesima inquadratura: un'immagine di silenzioso stupore).
Cinema che cerca nuove vie di fuga, anche visive, accendendosi nella notte come un ponte sul vuoto, librandosi come un equilibrista tra le rovine dell'oggi.


MEMORIES OF MATSUKO di Tetsuya Nakashima

Incontenibile e rutilante, un melodramma pazzesco e doloroso sotto le coloratissime spoglie di un musical sfrenatamente pop e cartoonesco. Il "favoloso" mondo di Matsuko è un lecca-lecca al veleno, un luna park luccicante intriso di lacrime e sangue, un carillon laccato dalla melodia straziante. E nella glassa spettacolare, autoironica e grottesca che ricopre questa triste fiaba postmoderna si spalanca una voragine di commozione e amarezza quasi insostenibile. Miki Nakatani (una performance strabiliante) per sempre nel nostro cuore.

Un film da amare alla follia, non fosse che per contraccambiare l'amore assoluto e intensissimo, fino al martirio, della sventurata e dolcissima Matsuko.

[un grazie sentito e doveroso a Rob]

NOBODY KNOWS di Hirokazu Kore-eda

Giardini segreti nel cemento di Tokyo. L'educazione alla vita (e al mistero della morte) di quattro bambini (più una piccola solitaria amica) in una metropoli spoglia e indifferente, svuotata di adulti responsabili. Scandito dallo scorrere delle stagioni, delicatissimo e rigoroso, un film di sconvolgente concreta purezza.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 04:11 | link | commenti (25)
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domenica, 15 aprile 2007

RITRATTO DI FAMIGLIA CON MOSTRO (GROSSO)

THE HOST di Bong Joon-ho

[...potrei sdilinquirmi in aggettivi di fronte alla raffinatezza della regia che declina in chiave lirica un esaltante monster-movie, potrei affannarmi nel cercare di spiegare, anche a me stesso, come Bong Joon-ho faccia saltare qualsiasi cliché di riferimento (blockbuster iperspettacolare, cinema d'autore, satira socio-politica, cinema intimista) pur osservandoli tutti (e sottolineare, a questo proposito, come l'ultima mezz'ora sia cinema grandioso, dalle mille velocità emotive), potrei azzardare che "The Host" è quasi il controcampo del primo piano sbalordito e dolente di Song Kang-ho col quale si chiudeva lo splendido "Memories of murder" (guardare finalmente in faccia la "mostruosa" stupidità umana e lanciargli contro una molotov incendiaria, fatta di comicità lacerante e commozione innevata), potrei arginare le lodi nella concisa definizione di "gioiello grottesco che brilla nelle putride acque del cinema di genere (e non) contemporaneo", potrei parlare di mostri grossi, di lutti familiari, di gag strepitose, di splendori compositivi, potrei...]

Inutile girarci tanto attorno. Capolavoro.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 18:18 | link | commenti (21)
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giovedì, 12 aprile 2007

IL GRANDE TIRATORE È VOLATO A TRALFAMADORE

Kurt Vonnegut, Jr.
1922 — 2007

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 20:28 | link | commenti (8)
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martedì, 10 aprile 2007

HGW XX/7, LA SPIA CHE MI AMAVA


LE VITE DEGLI ALTRI di Florian Henckel von Donnersmarck

Il clima plumbeo della DDR dei primi anni ‘80 e i suoi “invisibili” uomini buoni. La dittatura poliziesca che mangia l'anima. La resistenza in forma di palpitante e fuorilegge inchiostro rosso contro il suicidio indotto, del corpo e dello spirito. La rivelazione quietamente rivoluzionaria della sacrosanta irriducibilità della sfera personale. Una sonata spoglia e commossa a Berlino Est.

Educazione sentimentale ed esistenziale di un formidabile uomo senza qualità, algido ed efficiente funzionario della polizia segreta di Stato, che spiando la vita (e l'amore) degli altri, un’appassionata coppia di artisti, riporta alla luce silenziosamente la propria, sepolta nella cieca devozione al dogma comunista. Scoprendo il potere liberatorio e salvifico della fiction (a fronte della “verità” mortifera estorta negli interrogatori), anche un percorso di maturazione artistica: da spettatore distaccato e infido, Gerd Wiesler diventa spettatore partecipe e coinvolto, poi attore muto o di secondo piano, infine drammaturgo defilato, pietoso e onnisciente.

Regia neutra e asciutta che ricorre a un abile intreccio dei meccanismi del thriller politico e del dramma sentimentale e che si affida quasi totalmente, forse troppo, all'innegabile forza comunicativa della sceneggiatura. Centra comunque l'obiettivo, scalda a fuoco lento e cattura, puntando non tanto sul privato che si fa politico ma, per una volta, sul contrario: allo sguardo e all'udito del burocrate, sensi annebbiati da malintese esigenze collettive e ragioni di Stato, si palesa l'anarchica bellezza della vita privata, con le sue verità e le sue bugie.

Comprare un libro, solo e soltanto per se stessi, nel quale leggere e scoprire la propria compassione, la propria umanità, la propria imprescindibile individualità.
Un fruscio di pagine che annulla la Stasi, un piccolo movimento che fa crollare i muri.

[grande interpretazione di Ulrich Mühe, già sventurato padre nel corso dei “Funny games” di quel giocherellone di Haneke e, per quel che ne capisco, bellissima colonna sonora di Gabriel Yared]

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 16:05 | link | commenti (24)
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venerdì, 06 aprile 2007

SHORT NOTES ON TWO SCANDALS


BOBBY di Emilio Estevez

Ambassador Hotel, Los Angeles, giugno 1968. Un uomo sta per essere ucciso. Quell'uomo, che di cognome fa Kennedy (il nome campeggia affettuosamente nel titolo), è il grande assente che ha tutti i riflettori (e non solo) puntati sopra. È il divo che non c'è, in una struttura corale all-star facile e un po' ingenua, diretta senza sussulti, senza profondità, ma con onestà. Didascaliche microstorie che singolarmente non bastano a loro stesse e che non hanno forse neanche la forza di legarsi in un affresco sfaccettato. Eppure funziona.

"Bobby" non è un grande film ma è almeno un film buono. Non buonista, buono. È l'America come non è mai stata ma come il suo popolo liberal ha sognato e creduto che potesse essere. È la sospensione della fiction nel lungo finale brechtiano in cui la vera voce del nuovamente agonizzante Robert Kennedy lascia sgomenti attori, personaggi, spettatori di fronte allo scandalo dell'utopia colpita a morte. È un graffito di fratellanza imbrattato di sangue sulle piastrelle (troppo?) bianche di un cinema sinceramente populista, rara avis nel cinismo filmico diventato norma inoffensiva.

(all'uscita avevano già detto tutto, e in forma necessariamente "schizofrenica", lui e lei)

DIARIO DI UNO SCANDALO di Richard Eyre

Sorprendente esempio di cinema "borghese" che corrode la sua natura borghese dall'interno, virando le proprie forme solide e minuziosamente scritte in un melodramma impietoso e sgradevole (di ferocia aldrichiana la sequenza in cui Sheba si dà istericamente in pasto alla stampa). Di grande efficacia espressiva la dissonanza inquieta tra la regia controllata e metodica di Eyre e le note ossessive e incalzanti della colonna sonora di Philip Glass: un soggetto torbido, appunto da prima pagina scandalistica, finisce così per assumere le dimensioni di una tragedia moderna e nervosa, senza catarsi.

Il vero scandalo è la carica ormai distruttiva dell'eros, molestatore della quiete pubblica e privata, un rigurgito punk (il passato rimosso di Sheba, l'anima silenziosamente contestataria di Barbara) senza gioia. Non più pulsione liberatoria ma termometro di un universo sociale fallimentare, dove il ceto, la famiglia, la scuola sono simulacri di un ordine, anche morale, anche sentimentale, fragilissimo. Il duetto/duello tra Judi Dench e Cate Blanchett (sempre più brava) è da pelle d'oca.

Un film di sottilissima violenza, dove persino un capello biondo sottratto di nascosto taglia la carne come un coltello.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 14:40 | link | commenti (16)
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giovedì, 05 aprile 2007

NOTE DI CONFERMA


Anche se in grande ritardo, gliele dovevo queste striminzite righe, a entrambi.

THE NEON BIBLE - Arcade Fire
Dopo un funerale indimenticabile, la poderosa lettura di una bibbia al neon fiammeggiante. Il disco dell'anno, di già, ebbene sì.

THE MAGIC POSITION - Patrick Wolf
Mi pento di averlo giudicato con sufficienza ai primissimi ascolti. Mi sbagliavo eccome: un lavoro all'altezza dei suoi precedenti. Tra le altre, "Magpie" e "Augustine" fanno il cuore a fette.

(continua)
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 01:08 | link | commenti (11)
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