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Cinema e (forse) altro. Perdite di tempo, in pratica.

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lunedì, 25 giugno 2007

À PROPOS DE VENISE (PARTE PRIMA)

52ESIMA BIENNALE D'ARTE DI VENEZIA. CARTOLINE DALL'ARSENALE.

Uno dei graffiti all'ingresso delle Corderie.

Le collusioni tra Guerra, Dittatura e Civiltà Cristiana
Occidentale secondo l'argentino Léon Ferrari.


"Proyecto para un Memorial (Project for a Memorial)" del colombiano Oscar Muñoz.

Il ricordo che si dissolve. Il ricordo che cancella.

Un raro momento di arte "tradizionale".
Gli intensi e luminosi ritratti dell'iraniano Y. Z. Kami.

Il bellissimo "Seven intellectuals in Bamboo Forest" del cinese Yang Fudong. Vero e proprio film in cinque parti di un magnetismo visivo assoluto. Bianco e nero di un'eleganza commovente. Visto a frammenti, purtroppo e necessariamente, per via della durata.

(se non fosse stato per lei, che ne ha parlato a lungo e bene qui, e che me ne aveva tessuto le lodi, probabilmente non mi sarei soffermato, perdendomi una delle cose migliori)

I sontuosi arazzi (fatti di tappi corona multicolore) del ghanese El Anatsui.
La ricchezza nella miseria.

Le "Sculture di linfa" di Giuseppe Penone,
opera da vedere, calpestare, toccare, annusare. Quasi un tempio pagano fatto di resina, legno, pelle bovina che diventa corteccia, marmo scavato in modo da far affiorare le venature. L'uomo che lavora la natura che lavora l'uomo, avvolgendolo. Peccato che l'immagine non sia in odorama.

"Democrazy" di Francesco Vezzoli. Sharon Stone e Bernard Henry-Lévy candidati contrapposti (ma uguali) nella corsa alla Casa Bianca (i due video promozionali si fronteggiano in una sala ovale con tanto di palloncini "elettorali"). "Divertissement" politico-filosofico sull'immenso potere dell'immagine (e del suo vuoto di significato).

Al di fuori dell'Arsenale, vicino a Piazza S. Marco, nella chiesetta quattrocentesca di San Gallo, l'emozionante installazione video di Bill Viola "Ocean without a shore". Tre altari in pietra che diventano porte di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Bianco e nero
sgranato e colori in alta definizione, un sipario d'acqua, l'incontro silenzioso e denso tra noi e loro. Imperdibile.
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 18:47 | link | commenti (15)
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martedì, 19 giugno 2007

LA KONSCIENCE DES RÊVES


PAPRIKA di
Satoshi Kon

Un corteo di rane musicanti, bambole ciarliere, robot disarticolati, sfarzosi carri carnevaleschi. Una parata chiassosa e coloratissima diretta verso una voragine nera e senza fine. Fino alla fine del mondo. Il passo dal sogno bizzarro all’incubo soffocante è breve, brevissimo.

Pur nelle vivide e affascinanti forme di un maelström visionario, “Paprika” è tuttavia lontano dall’essere il solito elogio del sogno straripante. Anzi. Contro la deriva totalitaristica dell’integralismo onirico (che ha comunque bisogno di un corpo per agire), “Paprika” propone la libertaria riscoperta delle fertili connessioni tra sogno e realtà, tra inconscio atemporale e vita quotidiana, grazie a uno sguardo moderno e saggio che non condanna aprioristicamente la tecnologia e che preserva l’umano e le sue pulsioni, represse e non.

E alla dolce riflessione sui sogni come proiezioni private di film (d’autore e di genere) sullo schermo della nostra corteccia cerebrale e sul cinema come laboratorio pubblico di un immaginario condiviso si affianca quella su Internet come concreto sogno collettivo.

Nel concitato e labirintico finale la via di salvezza è un sogno semplice e lineare che germoglia all’interno di un incubo dissennato, la rievocazione di un episodio banale che si svela indizio di una realtà sentimentale troppo a lungo soffocata e finalmente affiorata alla coscienza. Il delirio svanisce, inizia la vita sognata.

Paprika, spice girl fantasmatica, creatura mitica (sfinge e sirena), rinasce donna nel corpo di una scienziata innamorata.

Non si vive (e si sogna) di solo Miyazaki.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 19:38 | link | commenti (28)
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mercoledì, 13 giugno 2007

BEYOND THE VALLEY OF QUENTIN'S DOLLS


GRINDHOUSE - A PROVA DI MORTE di Quentin Tarantino


[…è da giorni che provo a scriverci su qualcosa di decente ma niente, non ne viene fuori niente se non un guazzabuglio fatto di frasi trite e ritrite, faticose riflessioni personali, spocchiosi accenni alla densità teorica della regia, astratta e carnale al tempo stesso, ghezzismi senza Ghezzi, spiritosaggini che non fanno ridere neanche me (come "donne indomabili che individuano in Punto Zero il loro Punto G"), paragoni con l'ultimo Lynch (anche qui un viaggio radicale fino in fondo alle strade perdute delle proprie ossessioni e del proprio mondo-cinema, all’ombra di Hollywood, tra strisce d'asfalto che attraversano la campagna polverosa del Tennesse e il Texas Chili Parlor che odora di margarita e soda & lime, anche qui un coro di donne a celebrare quello che non si sa sia una morte o una rinascita), accostamenti improbabili (Russ Meyer e Eric Rohmer…), sbrodolamenti sulle pulsioni grezze e "maleducate" ma rivelatrici e sanamente disturbanti del cinema di genere nella sua variante più estrema, gli exploitation movies (e, di conseguenza, pericolosi sbrodolamenti anche sull'idea di un cinema sporco, irridente e graffiato che fa da controfigura per le implicazioni più pericolose, fisiche e morali, al cinema “presentabile": "Deathproof" come stunt-cinema, diomiocosavadoblaterando), puntualizzazioni sul fatto che se il film fosse terminato di botto, e gloriosamente monco, alla strepitosa sequenza del primo incidente (che vale da sola vagonate di film di serie A e B), sarebbe stato assolutamente magnifico mentre la sua seconda parte (dalla cesura in b/n in poi) secondo me abbassa un po' il tono e ridimensiona i risultati (e qui ci starebbe tutta una pappardella sul personaggio di Stuntman Mike, dapprima occhio e lamiera che uccide, sopravvissuto feroce e malinconico, poi inutilmente mortificato a mera funzione narrativa, vittima sacrificale della postmodernità), qualche imprecisa annotazione en passant
sulla sessualità multiforme dello sguardo di Tarantino…]

Quella roba sopra il titolo, quella specie di décollage à la Mimmo Rotella dei poveri è il mio post su “Deathproof”. Mi sembra, nella sua goffaggine, più adeguato e sincero di mille parole (parole mie, ovviamente, momentaneamente fuori uso).

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 03:10 | link | commenti (24)
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lunedì, 04 giugno 2007

TRENTADUE


Jackson Pollock, "Number 32" (1950)

[time is dripping]
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 03:52 | link | commenti (25)
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