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Cinema e (forse) altro. Perdite di tempo, in pratica.

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martedì, 23 ottobre 2007

IL GUSTO DEGLI ALTRI


RATATOUILLE di Brad Bird e Jan Pinkava

Splendido inno al meticciato, in cucina, nel cinema, nella vita, alla saporita mescolanza di diverse prospettive esistenziali, all'incastro creativo di identità differenti, al brillante accordo tra vecchie e nuove fragranze. Capolavoro di lucente perfezione per la compenetrazione impeccabile ed elegante di forme e contenuti, ritmo e scrittura, che mischia il sapore antico ed eterno di Billy Wilder (ma anche Blake Edwards) alle spezie del miglior digitale animato possibile, spingendosi fino alla celebrazione di un'arte (e di una critica) sinestetica che unisca le ragioni del cuore e il cuore della ragione.

Una ricetta "povera" cucinata con lusso meticoloso e sapientemente dosato che accarezza e solletica papille e pupille. Una nuova scintillante madeleine che risveglia le emozioni del passato lustrando la strada per il futuro. Alla ricerca delle stelle perdute e di un cinema, denso, ricco, al tempo stesso classico e innovativo, che può ancora esserci.

Pixar, e sai cosa mangi.
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 22:00 | link | commenti (19)
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sabato, 13 ottobre 2007

MÉXICO MON AMOUR

Centoquaranta minuti quasi del tutto muti, un racconto fatto esclusivamente di sguardi, di baci, di musiche, di corpi che si avvicinano e si respingono. EL CIELO DIVIDIDO/BROKEN SKY di Julián Hernández è un film di un romanticismo estremo, quasi estenuante, che segue instancabilmente i suoi protagonisti in una città che si dissolve nel loro amore cercato, sognato, perduto. Aperta da una frase di Marguerite Duras tratta da "Hiroshima mon amour" di Resnais, un'opera ardita e preziosa, che scavalca l'estetismo delle proprie scelte stilistiche sublimandole in un'astrazione dolente. Che finisce col riflettere sull'oblio dell'amore, anche di quello che si credeva unico e assoluto e fuori dal tempo. Per riconsegnarcelo, intatto e puro, nel commoventissimo finale.
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 13:13 | link | commenti (9)
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mercoledì, 10 ottobre 2007

IL GIORNO DELL'ARCOBALENO


When I go forwards, you go backwards,
and somewhere (over the rainbow) we will meet.
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 17:48 | link | commenti (24)
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martedì, 09 ottobre 2007

COSMETICA WATER(S)PROOF


HAIRSPRAY di Adam Shankman


Il film del 1988 c’entra poco, facciamocene una ragione. Il suo spirito acido esce di scena subito col cameo consapevolmente malinconico di John Waters e, più tardi, il suo trapasso viene definitivamente sancito dall’apparizione vagamente cimiteriale di Ricki Lake. Una mutazione prevedibile. Quel che era meno prevedibile era che l'operazione di candeggio iniziata nel 2002 sui palchi di Broadway, fonte principale del lavoro odierno, si potesse spingere fino a tal punto: “Hairspray” è un musical così brillantemente inerte e privo di sex-appeal che al confronto “Grease”, altro titolo spesso citato come punto di riferimento (e non a torto), appare come un testo quasi eversivo.


“Hairspray” è divertente (o meglio, più divertito che divertente) e colorato. Mi pare il minimo, per un musical ambientato negli anni ’60 americani, su una ragazzina vispa e grassa che facendo la spola tra il perbenismo bianco e consumistico e la vitalità “negra” e stradaiola inneggia a squarciagola all’integrazione razziale. Il punto dolente non è tanto l’attivismo da boy scout spacciato per progressismo gioioso. Nei musical cinematografici non sono certo i plot il cuore della visione. Il punto è che Adam Shankman non ha UNA idea di regia UNA che si discosti da un professionismo affidabile ma anonimo e insapore, dalla messa in scena seriale e educata di un “High School Musical” qualunque, appena più lussuoso, giusto un po’ meno televisivo, dalla giustapposizione di pezzi cantati secondo un ritmo veloce tutto esteriore ma privo di un autentico movimento interno e continuo che li leghi tra loro e che li leghi agli spazi filmati. Già nella prima sequenza, il pezzo migliore tra l’altro, Baltimora è una città cantata ma mai davvero ballata. E in seguito le cose non migliorano. Per fare un esempio, invece di esplorare i diversi volumi degli spazi dello studio televisivo, penetrando in essi con i corpi danzanti, ci si ferma a una banalissima visione frontale dello spettacolo, con separazione netta tra pubblico e platea. E la sequenza della marcia per i diritti civili grida vendetta per la sciatteria con la quale è ripresa. A distanza di pochi giorni non riesco a ricordare una coreografia che sia una.


Certo, poi ci sono le prestazioni attoriali. Tra i giovani, alla protagonista Nikki Blonsky, brava ma non bravissima, un po’ troppo bamboleggiante, e simpatica come un foruncolo sul sedere (per cicciona e cicciona, decisamente meglio la Jennifer Hudson del recente “Dreamgirls”), preferisco il sorprendente Zac Efron, potenziale corpo ambiguamente erotico (efebico e muscolare al tempo stesso) ma costretto a una parte e a una presenza limitate. Tra i grandi, Travolta riesce a dribblare lo scomodo ricordo di Divine con un’interpretazione che cancella sì qualsiasi eccentricità o provocazione (anche qui in linea con la correttezza priva di inquietudini di questo Hairspray versione 2007) ma che al tempo stesso disegna autonomamente una figura femminile tenera e goffa, senza affondare nell’esibizionismo del trucco al silicone. La migliore in campo è comunque la biondissima e strizzatissima Pfeiffer, alle prese con un personaggio di cattiva sprezzante e scorretta per la quale è un piacere tifare.


Alla fine, a non voler essere per forza cattivi, “Hairspray” appare come un dolce film cotonato, una chioma gonfia e innocua, soffice e lustra, sorretta dalla lacca delle interpretazioni. Ma il sospetto che si tratti di una parrucca usa e getta indossata per nascondere una strisciante calvizie culturale, non posso farci nulla, è forte
.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 03:52 | link | commenti (30)
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venerdì, 05 ottobre 2007

RISORSE DISUMANE


SEVERANCE di Christopher Smith

L'estremizzazione slasher del weekend aziendale fantozziano aggiornato ai nostri tempi.
Il marketing del terrorismo post-ideologico e globalizzato gronda umori neri e rossi, non sempre miscelati a dovere (abbastanza brillante, invece, il gioco sulle aspettative dello spettatore). Ma il sarcasmo c'è e tenace:
la testa, dopo essere stata mozzata, ha ancora il tempo di guardarsi attorno e giustamente sogghignare.

Ad ogni modo, la versione intelligente di "Hostel".

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 01:46 | link | commenti (6)
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martedì, 02 ottobre 2007

LA SETTIMANA È STATA CRITICA

Appunti svogliati su non uno, non due, bensì tre dei titoli selezionati per la Settimana della Critica dell'ultima Mostra del Cinema di Venezia, visti per un concorso di circostanze nell'arco di pochi giorni. Potevano essere cinque ma ho un'età ormai e me ne devo fare una ragione.

ZUI YAOYUAN DE JULI (LA MAGGIORE DISTANZA POSSIBILE) di Lin Jing-jie

Frammenti sonori di un discorso amoroso interrotto. A volte ingenuo ma di una delicatezza palpabile e immediata
, un film che preferisce il rumore del mare. Un giovane tecnico del suono senza più lavoro e senza più ragazza, uno psicologo divorziato e amareggiato ma terapista lucido fino alla crudeltà, una ragazza silenziosa e malinconica. I suoni di Formosa registrati e recapitati come fossero lettere d'amor perdute (e forse ritrovate). E una delle più belle sequenze di pianto viste sullo schermo da molto tempo a questa parte. Piangono molto in questo film, piangono bene.
L'ascolto riscrive le distanze, anche le maggiori possibili.

24 MESURES di Jalil Lespert

Esordio alla regia del bravo protagonista di film come "Risorse umane" di Cantet e "Le passeggiate al Campo di Marte" di Guédiguian. Notte nera di un Natale senza Messia, le vite di quattro disgraziati dalla famiglia disgregata si scontrano tra loro. Opera cupissima, musona, presuntuosa (si parla anche del silenzio di Dio), monocorde nella sua insistita disperazione. 24 battute che pesano quasi 21 grammi. Ma una messinscena aspra, fisica, di violenta atmosfera, che a tratti impressiona, a momenti irrita, da non sottovalutare, senz'altro degna di uno script meno facilmente maudit. Ci fossero esordi sgraziati di questo tipo in Italia, potremmo cominciare a considerarci un paese migliore.
Benoît Magimel è bravo da far paura, e non solo.

LA RAGAZZA DEL LAGO di Andrea Molaioli

Come se Sorrentino girasse il pilot di una serie tv. Il paragone, in realtà, al di là dell'apparenza succulenta, si presta a interpretazioni di segno ambiguo. Da un lato infatti la regia "sorrentiniana" sceglie la strada dell'asciuttezza espositiva, non eccedendo in fronzoli o manierismi vari e usando con parsimonia la colonna sonora elettrominimalista, dall'altro la piattezza visiva di marca televisiva (italiana, è bene precisare) è sempre in agguato, alleata a certi didascalismi della sceneggiatura. La tanto lodata ambientazione friulana è in realtà un buono spunto non molto sviluppato, e le promesse iniziali (carrellate inquiete, dissolvenze sulla sponda del lago) si perdono poi nelle inquadrature di case troppo ben ammobiliate. Però questo giallo che più che indagare su un delitto esangue si ferma a contemplare l'inquietudine dolorosa dell'essere padri
(nelle sue pulsioni anche sgradevoli), rinunciando a sociologismi di comodo, va rispettato. Certo, se poi il pensiero va alla detection esistenziale de "Il dolce domani" di Egoyan o alla sarcastica vertigine della provincia chabroliana ci si deprime abbastanza ma non si può star sempre a guardare l'erba del vicino. Toni Servillo per fortuna non si mangia il film, se lo mangiucchia.
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 14:17 | link | commenti (9)
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