24 Mesures
300
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Apocalypto
L'arte del sogno
L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford
Away from her - Lontano da lei
Babel
Un bacio romantico
The Black Dahlia
Blood diamond
Bobby
Borat
Breakfast on Pluto
Il caimano
Cars
La casa del diavolo
Casino Royale
Centochiodi
El cielo dividido (Broken sky)
Cous cous
Cuori
The departed
Diario di uno scandalo
Dreamgirls
Elizabeth - The golden age
Espiazione
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Giorni e nuvole
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Grindhouse - A prova di morte
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Hot Fuzz
I'm a cyborg but that's ok
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Into the wild
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Nella valle di Elah
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“You think it's all made up don't ya? You think it's all yarns and newspaper stories”
“He's just a human being”
Mentre scrivo questo post, nelle mie cuffie risuona la magnifica colonna sonora realizzata da Nick Cave e Warren Ellis per L’ ASSASSINIO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD di Andrew Dominik. “Song for Jesse” è uno straziante carillon, “Song for Bob” un epitaffio intriso di romantica disperazione. Difficile trovare le parole per parlare di un film che ti prende alla gola passando per il cuore, soprattutto quando hai poco tempo per far decantare le emozioni. Fossi capace, ne scriverei utilizzando solo note musicali e fotogrammi rubati.
“L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford” (bellissimo titolo, inappellabile, adamantino, cimiteriale) è un film di fantasmi, sontuosamente malinconico. Dell’umano dissolversi sono impregnate le immagini sfrangiate, rarefatte, dai contorni sfocati. E l’agire è come fosse filtrato da uno spesso vetro offuscato, dell’agire c’è solo il ricordo o il desiderio, entrambi lontani. Le luci magistrali di Roger Deakins scolpiscono la dolceamara stanchezza dell’esistere e del non esistere più.
Proseguendo la lezione di Michael Cimino, varcando i cancelli del cielo, Dominik porta alle estreme conseguenze liriche e introspettive forma e sostanza del western crepuscolare, mutandolo in un noir di frontiera di nero splendore, un dolente kammerspiel immerso nel grano, nelle nuvole, nella neve. Una murder ballad che cela uno spietato cuore mélo, quello di chi non potendo possedere l’oggetto della sua devozione lo distrugge. Il western svanisce per lasciare il posto a una tragedia assoluta: guardarsi allo specchio e accorgersi che il proprio riflesso è stato forgiato dal destino, e non lo si può cambiare.
Gli ultimi venti minuti sono un crescendo straziato ed emozionante verso il nulla di un’intera esistenza. E arricchiscono quel che si è già visto di una laconica riflessione sulle leggi crudeli della mitopoiesi e quelle indecifrabili della Fama. Robert Ford fa Spettacolo della Storia ormai conclusa, dimenticandone però le propaggini mitiche. Non più solo fan, eliminata la star, sale sul palco. L’armonia col mondo, seduto in platea, è però impossibile. Il suo ruolo fissato per l’eternità è quello del codardo, non dell’eroe. Il trucco pesante non riesce a nascondere l’odore di morte imminente.
Jesse e Robert non sono mai stati così vicini, entrambi cadaveri imbellettati, imbalsamati nel freeze frame della leggenda, sepolti in una scatola di ritagli di giornale.
[Efficacissima la maschera tesa e nevrotica con la quale Brad Pitt impersona Jesse James, angelo della morte morente. Ma la performance di Casey Affleck, sguardo disturbante e movenze tormentate, è monumentale.

Dieci dischi, trenta canzoni che mi raccontano in musica il mio 2007, quello che ho fatto e quello che non ho fatto e soprattutto quello che ho “sentito”. Scegliessi l'una o l'altra opzione, non potrei comunque non accorgermi, ancora una volta, di quanto i miei gusti musicali siano viziati da un sentimentalismo probabilmente inestirpabile.

La messinscena di Cronenberg, di una perfezione raggelante, inquadra frontalmente la carne tatuata dei padri, quella violata delle madri, quella condannata dei figli. E non fa sconti alla dimensione erotica della violenza, anche di quella più efferata. Lo straordinario finale “bluevelvetiano” fa da eco a quello del gemello siamese “A History Of Violence”. Alleluia, è nata un’altra Sacra Famiglia. Il presepe, nero e minaccioso, è al completo.
Buon (?) Natale.

Facciamo tutti parte della famiglia Fisher.

PARANOID PARK di Gus Van Sant
Frammentazioni narrative, andirivieni cronologici, dilatazioni sensoriali, volteggi estatici e incastri visivo-sonori magistrali. L'inconfondibile stile vansantiano sembra lo stesso mentre stavolta è quasi una seduta spiritica, uno stream of consciousness medianico: se nella mirabile trilogia precedente lo sguardo sul vuoto giovanile e sul suo insondabile orrore era di una freddezza compassionevole, qui si incarna letteralmente nel corpo di un adolescente, facendone affiorare l'anima perplessa. Il risultato è un film scandalosamente limpido e lieve, senza condanne a chicchessia né volontà di morte, un atto d’amore (proprio come la “Giulietta degli spiriti” felliniana, genialmente e ironicamente riproposta nel tema di Nino Rota) che riflette sul delitto imperfetto del crescere di cui non si ha colpa ma del quale ci si deve assumere la responsabilità.
Quello che Alex sta per diventare forse è un adulto diviso (se non tranciato) in due, forse un altro padre smarrito.
Il suo diario sfiorato da brezze autunnali è comunque il lento congedo da una giovinezza dolcemente amorale, la scoperta inevitabile della legge di gravità.
NELLA VALLE DI ELAH di Paul Haggis
Il patriottismo, anche quello liberal, somiglia sempre più a un discorso a circuito chiuso, un pacco spedito a se stessi, una canto funebre per un’integrità perduta, se mai c’è stata.