[di passaggio]

Cinema e (forse) altro. Perdite di tempo, in pratica.

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(faccio finta di credere che mi abbiano) visitato *loading* volte

lunedì, 31 dicembre 2007

SUPERCLASSIFICASHOW2007

1.


INLAND EMPIRE
di David Lynch

2.


RATATOUILLE di Brad Bird e Jan Pinkava

3.


LETTERE DA IWO JIMA di Clint Eastwood

4.


IO NON SONO QUI di Todd Haynes

5.


LA PROMESSA DELL'ASSASSINO di David Cronenberg

6.


L'ASSASSINIO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD
di Andrew Dominik

7.


4 MESI, 3 SETTIMANE, 2 GIORNI di Cristian Mungiu

8.


I TESTIMONI di André Téchiné

9.


ZODIAC di David Fincher

10.


UN'ALTRA GIOVINEZZA di Francis Ford Coppola

11.


STILL LIFE di Jia Zhang-Ke

12.


PARANOID PARK di Gus Van Sant

13.


PAPRIKA di Satoshi Kon

14.


GRINDHOUSE - A PROVA DI MORTE di Quentin Tarantino

15.


DIARIO DI UNO SCANDALO di Richard Eyre
(il film più sottovalutato dell'anno)

Eccoli, ridotti a 15 invece dei 20 dello scorso anno, perché voglio fingere di essere severo. Col rimorso di non aver visto, in particolar modo, né "Angel" di Ozon né "Le luci della sera" di Kaurismaki che, conoscendoli e conoscendomi, avrebbero avuto grosse chances di far qui la loro porca figura. Adesso saluto tutti perché sta passando l'arrotino e devo farmi affilare le lame per il 2008.



(ah, buon anno)
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 19:13 | link | commenti (27)
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domenica, 30 dicembre 2007

LUCI NERE DELLA RIBALTA


“You think it's all made up don't ya? You think it's all yarns and newspaper stories”
“He's just a human being”

Mentre scrivo questo post, nelle mie cuffie risuona la magnifica colonna sonora realizzata da Nick Cave e Warren Ellis per L’ ASSASSINIO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD di Andrew Dominik. “Song for Jesse” è uno straziante carillon, “Song for Bob” un epitaffio intriso di romantica disperazione. Difficile trovare le parole per parlare di un film che ti prende alla gola passando per il cuore, soprattutto quando hai poco tempo per far decantare le emozioni. Fossi capace, ne scriverei utilizzando solo note musicali e fotogrammi rubati.

“L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford” (bellissimo titolo, inappellabile, adamantino, cimiteriale) è un film di fantasmi, sontuosamente malinconico. Dell’umano dissolversi sono impregnate le immagini sfrangiate, rarefatte, dai contorni sfocati. E l’agire è come fosse filtrato da uno spesso vetro offuscato, dell’agire c’è solo il ricordo o il desiderio, entrambi lontani. Le luci magistrali di Roger Deakins scolpiscono la dolceamara stanchezza dell’esistere e del non esistere più.

Proseguendo la lezione di Michael Cimino, varcando i cancelli del cielo, Dominik porta alle estreme conseguenze liriche e introspettive forma e sostanza del western crepuscolare, mutandolo in un noir di frontiera di nero splendore, un dolente kammerspiel immerso nel grano, nelle nuvole, nella neve. Una murder ballad che cela uno spietato cuore mélo, quello di chi non potendo possedere l’oggetto della sua devozione lo distrugge. Il western svanisce per lasciare il posto a una tragedia assoluta: guardarsi allo specchio e accorgersi che il proprio riflesso è stato forgiato dal destino, e non lo si può cambiare.

Gli ultimi venti minuti sono un crescendo straziato ed emozionante verso il nulla di un’intera esistenza. E arricchiscono quel che si è già visto di una laconica riflessione sulle leggi crudeli della mitopoiesi e quelle indecifrabili della Fama. Robert Ford fa Spettacolo della Storia ormai conclusa, dimenticandone però le propaggini mitiche. Non più solo fan, eliminata la star, sale sul palco. L’armonia col mondo, seduto in platea, è però impossibile. Il suo ruolo fissato per l’eternità è quello del codardo, non dell’eroe. Il trucco pesante non riesce a nascondere l’odore di morte imminente.

Jesse e Robert non sono mai stati così vicini, entrambi cadaveri imbellettati, imbalsamati nel freeze frame della leggenda, sepolti in una scatola di ritagli di giornale.

Mozzafiato.

[Efficacissima la maschera tesa e nevrotica con la quale Brad Pitt impersona Jesse James, angelo della morte morente. Ma la performance di Casey Affleck, sguardo disturbante e movenze tormentate, è monumentale. E la breve parte di Sam Shepard commuove in silenzio, una storia di stanchezza e disillusione vista di scorcio, un corollario agli spietati eastwoodiani]

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 17:38 | link | commenti (10)
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venerdì, 28 dicembre 2007

CHANSONS EGOCENTRIQUES 2007

Potrei cavarmela in due modi.
O scegliere la via del rigore (insomma, qualcosa che gli assomigli), limitarmi alla lista di quelli che nella loro interezza sono i miei dieci dischi del 2007 e far ricorso a un semplice e colorato espediente grafico tipo questo, senza specificare titoli né ordine di gradimento:



Oppure, pieno di pietà per tutte quelle canzoni che in questo modo verrebbero escluse pur essendo rimaste così a lungo nelle mie orecchie, stilare una playlist di trenta pezzi in ordine alfabetico senza attardarmi sul perché della loro presenza (che tra l'altro non credo saprei spiegare). Un elenco al tempo stesso generoso e secco, tipo così:

Arcade
Fire – “(Antichrist Television Blues)”
Architecture in Helsinki
– “Hold Music”
Arctic Monkeys
– “505”
Beirut
– “Un Dernier Verre (Pour La Route)”
Björk
– “Wanderlust”
Blonde Redhead
– “Top Ranking”
Cristina Donà
– “L’eclisse”
Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick & Tich
Hold Tight” (sì, lo so, è del 1966)
Eddie Vedder
– “Hard Sun”
Editors
– “Spiders”
Feist
– “The Limit to Your Love”
Franco Battiato
– “I giorni della monotonia”
Interpol
– “Pace Is the Trick”
Irene Grandi
– “Bruci la città” (sì, “Bruci la città”, esatto, proprio lei, e allora?)
Jens Lekman
– “And I Remember Every Kiss”
LCD Soundsystem
– “All My Friends”
Menomena
– “Wet And Rusting”
Modest Mouse
– “March Into The Sea”
Nada
– “Luna in piena”
Of Montreal
– “The Past is a Grotesque Animal”
Okkervil
River
– “Our Life Is Not a Movie or Maybe”
Patrick Wolf
– “Augustine”
P.J. Harvey
– “White Chalk”
Radiohead
– “All I Need”
Shannon Wright
– “St. Pete”
Stephen Malkmus and The Million Dollar Bashers
– “Ballad of a Thin Man”
Subsonica
– “Nei nostri luoghi”
The Cinematic Orchestra
– “To Build a Home”
The National
– “Fake Empire”
Wilco
– “Impossible Germany

Dieci dischi, trenta canzoni che mi raccontano in musica il mio 2007, quello che ho fatto e quello che non ho fatto e soprattutto quello che ho “sentito”. Scegliessi l'una o l'altra opzione, non potrei comunque non accorgermi, ancora una volta, di quanto i miei gusti musicali siano viziati da un sentimentalismo probabilmente inestirpabile.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 04:08 | link | commenti (10)
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lunedì, 24 dicembre 2007

A CHRISTMAS CAROL


LA PROMESSA DELL'ASSASSINO di David Cronenberg

Ambientato in una Terra Promessa fatta di interni falsamente rassicuranti e acque buie (che si è rivelata una Gomorra abitata da "checche e puttane"), scandito dai passi di un triste vangelo apocrifo che racconta il martirio di una Madonna venuta dall’Est, il racconto di Natale definitivo. Dove i dickensiani fantasmi del passato, del presente e del futuro si incistano all'unisono nei corpi frementi, lividi, martoriati, senza possibilità di ravvedimento, se non illusoria. Dove il rosso col quale si decorano a festa le allegre tavole imbandite è quello del sangue che esce a fiotti da giugulari tranciate, copiosamente versato per la conservazione della famiglia. Dove le stelle non solcano il cielo, foriere di lieti eventi, ma incidono la pelle, segnandola per sempre.

La messinscena di Cronenberg, di una perfezione raggelante, inquadra frontalmente la carne tatuata dei padri, quella violata delle madri, quella condannata dei figli. E non fa sconti alla dimensione erotica della violenza, anche di quella più efferata. Lo straordinario finale “bluevelvetiano” fa da eco a quello del gemello siamese “A History Of Violence”. Alleluia, è nata un’altra Sacra Famiglia. Il presepe, nero e minaccioso, è al completo.

Buon (?) Natale.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 19:14 | link | commenti (10)
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sabato, 22 dicembre 2007

EVERYTHING. EVERYONE. EVERYWHERE. ENDS.


Prima ancora di classificoni e playlist, il mio anno si conclude sotto il segno (e il viso) di Michael C. Hall. Proprio quando termina la seconda serie dell’ottimo “Dexter”, arrivo (purtroppo) anche alla fine dell’ultima stagione dell’amatissimo “Six feet under” (credo ancora inedita in Italia). Impossibile riassumere le sensazioni, le tengo per me, sono dense e forti, acuite dagli ultimi emozionantissimi minuti dell'epilogo.
Una cosa però è sicura, per quanto mi riguarda: non ci sarà mai più una serie televisiva alla sua altezza, per finezza di scrittura, anche visiva, sottigliezza di humour (nero e non), profondità psicologica, verità dei personaggi e intensità corale delle interpretazioni. Che sappia parlare così bene della fragilità della vita e della fragilità di ciò di cui la vita è fatta: l’amore, il sesso, la morte.

Facciamo tutti parte della famiglia Fisher.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 17:06 | link | commenti (11)
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sabato, 15 dicembre 2007

THE SKATER WITH THE THORN IN HIS SIDE


PARANOID PARK di Gus Van Sant

Frammentazioni narrative, andirivieni cronologici, dilatazioni sensoriali, volteggi estatici e incastri visivo-sonori magistrali. L'inconfondibile stile vansantiano sembra lo stesso mentre stavolta è quasi una seduta spiritica, uno stream of consciousness medianico: se nella mirabile trilogia precedente lo sguardo sul vuoto giovanile e sul suo insondabile orrore era di una freddezza compassionevole, qui si incarna letteralmente nel corpo di un adolescente, facendone affiorare l'anima perplessa. Il risultato è un film scandalosamente limpido e lieve, senza condanne a chicchessia né volontà di morte, un atto d’amore (proprio come la “Giulietta degli spiriti” felliniana, genialmente e ironicamente riproposta nel tema di Nino Rota) che riflette sul delitto imperfetto del crescere di cui non si ha colpa ma del quale ci si deve assumere la responsabilità.

Quello che Alex sta per diventare forse è un adulto diviso (se non tranciato) in due, forse un altro padre smarrito.
Il suo diario sfiorato da brezze autunnali è comunque il lento congedo da una giovinezza dolcemente amorale, la scoperta inevitabile della legge di gravità.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 16:42 | link | commenti (14)
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venerdì, 07 dicembre 2007

TAVOLOZZA DI FINE AUTUNNO

Cover Omen. Una donna vestita di bianco che canta nel buio."La verità e la bellezza non fanno rumore". Questa è una signora.Scintillante e ricchissimo. Folgorazione immediata (con valore retroattivo).
postato da: UnoDiPassaggio alle ore 18:37 | link | commenti (12)
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mercoledì, 05 dicembre 2007

IL BARBECUE DEL QUATTRO LUGLIO

NELLA VALLE DI ELAH di Paul Haggis

Dopo la doppia bandiera, quella capovolta. Un gravoso passaggio di consegne, dai padri ai figli. Rovesciato di senso, non più un vessillo di conquista dall’eroismo incerto ma una dolorosa richiesta di soccorso che rimanda al senso letterale della sigla SOS. Save our souls. Salvate le nostre anime, perché i nostri corpi non ci sono più, bruciati e smembrati dai noi stessi.

Nella valle desolata di una nazione di ragazzini incoscienti e giganti tronfi si snoda l’itinerario di disillusione dell’ex soldato Hank Deerfield, messo di fronte al risultato di lezioni male impartite dalle vecchie generazioni e peggio recepite dalle nuove. La sua etica militarista, di vecchi guerrafondai con presunta classe e valori “forti”, viene sottoposta al duro colpo dell’evidenza dello sfascio morale e comincia a sgretolarsi come la grana delle squallide immagini irachene riprese dal telefonino del figlio. Un piccolo taglio al collo che si allarga fino a diventare un cappio mortale.

Il nuovo film da regista di Paul Haggis, una tragedia implosa in forma di giallo d'ambientazione militare, è solido nella tenuta di racconto e nella ruvidezza di tono, eastwoodiano nelle ambizioni ma non nei risultati. Le laceranti contraddizioni della vicenda narrata sono infatti da subito esposte ma mai esplorate fino in fondo, l’asciuttezza della regia sembra più il risultato della preoccupazione di non deviare dalla linea dello script (e della tesi da dimostrare) che di uno sguardo disincantato e addolorato sullo stato marcio delle cose. Le aperture retoriche, proprio perché “scritte” ancor prima di essere “viste”, hanno un’efficacia dubbia: l’immagine finale della bandiera rovesciata (sottolineata ancor di più dal commento sonoro, “Lost” cantata da Annie Lennox) è una metafora cui è stata tolta la forza dell’immediatezza (a differenza, per rimanere in tema, della bandiera stinta e livida di “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg).

Se risulta ammirevole la scelta di sciogliere l’indagine senza clamori o colpi di scena ma in un silenzio agghiacciato di fronte alla psiche devastata dei ragazzi soldati, non lo è altrettanto la decisione, verso la conclusione, di rendere meno sgradevole la figura del figlio di Hank, e quasi di riabilitarlo, spostando l’attenzione sulla “strage degli innocenti” fino al colpo basso, questo sì, della dedica finale. E anche nella costruzione dei personaggi principali qualcosa non (mi) torna: di fronte alla debolezza delle figure femminili (il femminismo accessorio dell’agente di polizia Charlize Theron* e lo strazio della Sarandon confinata al ruolo di mater dolorosa), si staglia il volto rugoso e contratto dell’ottimo Tommy Lee Jones, reduce della sporchissima guerra del Vietnam eppure attonito spettatore delle abiezioni dei soldati di ritorno oggi dall’Iraq. Fin troppo attonito, considerato il suo passato.

Il patriottismo, anche quello liberal, somiglia sempre più a un discorso a circuito chiuso, un pacco spedito a se stessi, una canto funebre per un’integrità perduta, se mai c’è stata.

*[stavolta è un colpo al setto nasale a cercare, inutilmente, di scalfirne la bellezza]

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 10:32 | link | commenti (12)
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