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giovedì, 31 gennaio 2008

NOT NATURE THE LESS BUT MAN MORE*


INTO THE WILD di Sean Penn

L’utopia del giovane McCandless ha una falla fin dall’inizio. Christopher parte per le terre estreme deciso ad abbandonare la società “civile” ma non riesce a separarsi dai libri. Scrive di sé in terza persona, definendosi “viaggiatore esteta”. Si attribuisce un nome da romanzo d’avventura (o da fumetto), Alexander Supertramp. Lui stesso parla come un libro (l'hippy Rainey, dopo un suo consiglio, saggio ma letterario, lo prende bonariamente in giro chiedendogli se comincerà a camminare sulle acque come Cristo; in una chiacchiera da bar Wayne, altrettanto bonariamente, anticipa le motivazioni del viaggio di Chris, autentiche ma adagiate su clichés noti anche a un agricoltore non particolarmente colto) e non esita a reimpiegare la formazione trascendentalista coniando slogan un po’ usurati (“If you want something in life, reach out and grab it” dice a Tracy). Nel bus che sceglie come ultima dimora, paradossale cimelio in rovina di quella società che ha rifiutato, non mancano Tolstoj, London, Thoreau, Pasternak. La visione del mondo non è limpidamente immediata ma passa attraverso quelle pagine. Tra Chris e il suo radicale progetto c’è un ingombrante filtro libresco (credo sia la prima volta che nei titoli di coda di un film leggo anche l’elenco delle citazioni)**. E sarà proprio l’erronea interpretazione di un testo di botanica ad accelerarne, se non causarne, la fine.

Ciò che rende l’ultimo lavoro di Sean Penn di una bellezza singolare e lacerante è anche questo, l’essere consapevole dei limiti intellettuali dell’impresa di Chris senza per questo rifiutarne l’entusiasmo in nome di un cinismo à la page (“Into the wild” è un film felicemente fuori tempo), l’adesione emozionale alla prospettiva idealistica del Supertramp che non sminuisce l’approccio critico.
Ho sempre creduto, forse eccessivamente, nell’importanza dell’incipit cinematografico, convinto che nelle prime immagini dei film ci sia già una chiave. “Into the wild” inizia con il brusco risveglio di una famiglia tormentata, una citazione dal dandy Byron e paesaggi incontaminati sulle cui inquadrature una penna traccia delle parole. Quella che sta per svolgersi di fronte ai nostri occhi non è dunque una straight story imperniata su un viaggiatore-santone che risponde al richiamo della foresta muovendosi da un luogo X a una meta X ma un racconto ben più stratificato e polifonico. E Penn affronta un materiale potenzialmente epico fitto di tópoi classicamente americani con una regia gioiosamente anticlassica, “spezzata”, impetuosa, impregnata di lussureggianti e sapidi umori seventies. L’itinerario di Chris non si consuma linearmente, è piuttosto un girare attorno (spazialmente e cronologicamente) a qualcosa che gli sfugge, a un tassello che manca alla filosofia della sua impresa, dentro e fuori dalla “civiltà”. E alla sua voce si legano altre voci, quella over della sorella Carine, che condivide le ragioni del fratello ma allo stesso tempo si fa pietosamente carico del dolore che Chris non si accorge di infliggere, quella di Eddie Vedder (quasi un doppio di Chris, che sublima in accorata retorica musicale i suoi pensieri, scrostandoli della patina libresca), quella della selvaggia natura americana, quella degli scrittori prediletti e di tutte le persone incontrate on the road, come la coppia di hippies coi quali a Slab City, assieme alla sedicenne Tracy, ricreerà un simulacro della famiglia abbandonata, oppure Ron Franz (un Hal Holbrook SUPREMO), il vecchio che scala le montagne, l’uomo che incide il cuore di Chris (e il mio) come se fosse cuoio, il buon padre isolatosi controvoglia che non vuole che il suo nome scompaia nel nulla. Di questo flusso caleidoscopico fanno parte, giustamente, anche le voci dei suoi stessi genitori, artefici e vittime del sogno americano, straziate colonne di quella famiglia in cui Chris vede il nucleo avariato di una società inautentica e sfrenatamente consumistica. E perfino quella flebile di un vecchio appena sfiorato, abbarbicato a un telefono pubblico e a un disperato tentativo di comunicazione (una delle scene più belle e cruciali del film).
Una dimensione corale che erode man mano la fortezza della solitudine da lui pervicacemente, forse ottusamente, costruita e che si traduce in una verità in armonia con la Natura stessa: “happiness is only real when shared”. Formula che Chris si premurerà di aggiungere di suo pugno alle pagine di uno dei suoi libri prima dell’ultimo spirante sorriso. Finalmente la vita (una vita intera, nascita, adolescenza e maturità condensate in due anni) che modifica la letteratura, segnandone anche il corpo di carta e inchiostro,
in mezzo a una Natura che non è né madre né matrigna, ma che semplicemente è.

C’è poi un particolare, non di poco conto, che mi ha fatto riflettere ulteriormente sul senso e il valore (grande) del film di Penn. Dopo la pubblicazione e il successo del libro di Jon Krakauer sulla vicenda di McCandless, il luogo dove si trova il Magic Bus è diventato meta di un morboso pellegrinaggio, con ammiratori o turisti col gusto del macabro che si fanno immortalare nella stessa posa dell’ultimo autoscatto di Chris. Ecco, “Into the wild” (che è fiction pura) non si limita a commuovere (lo fa) ma turba (almeno turba me, il che è più difficile), proprio per le contraddizioni generosamente sviscerate, esemplare di un cinema furiosamente umanista che cerca di far condividere, se non la felicità, almeno la sua dolorosa e strenua ricerca, piuttosto che fermarsi a fotografarne la morte.

*il capovolgimento del verso di Byron (“I love not man the less, but Nature more”), citato all'inizio del film, è voluto.
**Vedendo “Into the wild” mi sono venuti in mente “Centochiodi” di Olmi, per contrasto, e l’ambigua immagine finale di “Fahrenheit 451” di Truffaut, per analogia, quando i ribelli che si rifugiano nei boschi, trasformandosi in uomini-libro in reazione a una società totalitaristica e omologante che condanna la letteratura, sembrano per un attimo involontari prigionieri di quella cultura che giustamente vogliono difendere (ma mi è venuto in mente anche il bellissimo esordio di Sean Penn, “Lupo Solitario”: Chris come la versione giovane, entusiasta, colta e non ancora disillusa di Frank Roberts, interpretato dall’allora sconosciuto Viggo Mortensen).

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 13:43 | link | commenti (41)
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lunedì, 28 gennaio 2008

PEACE AND (MAD) LOVE


PERSON PITCH – Panda Bear
.

È da giorni che questo disco, uscito nell’ormai lontano marzo 2007 e scoperto solo adesso, m’infonde una piacevole e inaspettata pace. Tutto mi sarei aspettato tranne che di lasciarmi conquistare da un oggetto bislacco come questo. Io, proprio io che non riesco ad ascoltare un pezzo degli Animal Collective per intero (Panda Bear è Noah Lennox, uno dei membri del collettivo). Io, che poi guardo Sanremo.

Psichedelia raggiante, sette tracce di diversa lunghezza ma un unico flusso estatico e dorato, un inno hippy contemporaneo. Brian Wilson benedice appoggiato a una tavola da surf.

[...avere nelle cuffie i 12 minuti di “Bro’s” mentre prendo il sole guardando il mare, in una spiaggia che ho ben in mente, quasi vuota, tra qualche mese...]

LA STAGIONE DEL CANNIBALE – Amor Fou
.

Mi stupisce decisamente meno il fatto che mi sia innamorato di questa struggente cronaca di amants (ir)réguliers suddivisa in undici capitoli*. Che non ha un lieto fine ma una grandiosa conclusione strumentale in cui tutto, la Storia (gli anni ’60, l’anima inquieta del boom illuminata a giorno a Piazza Fontana, i germi delle devastazioni future), l’Amore, i Ricordi, la Musica (Tenco e Battisti), si mischia e deflagra: “La strage”, appunto. Raffinatissimo pop cantautorale, elettroniche malinconie. Mi sorprende più che altro che un progetto del genere, del tutto nelle mie corde, ascoltato una prima volta un paio di mesi fa, sia stato da me accantonato. Non dovevo essere semplicemente distratto, dovevo essere distrattissimo. Anzi, forse ascoltavo un’altra cosa credendo fosse questa.

Il grande mélo che il cinema italiano non ci ha ancora dato l’hanno realizzato gli Amor Fou.

*la storia di Adele H. e Paolo M., dai cui racconti nascono le undici tracce del lavoro, è ricostruibile qui

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 04:14 | link | commenti (9)
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venerdì, 25 gennaio 2008

LE VITE (E LE MORTI) DEI PADRI


[Due note extraletterarie o quasi per smaltire la commozione (in un caso molto acuta):

1. Leggendo “Patrimonio”, scopro che Philip Roth è stato sposato dal 1990 al 1995, dopo una lunga relazione, con Claire Bloom. Dico, Claire Bloom, l’indimenticabile ballerina di “Luci della ribalta” di Chaplin. Nonché la medium lesbica dello splendido “Gli invasati” di Robert Wise, tanto per citare un altro suo titolo. Come se non bastasse, scopro anche che il personaggio di Eve Frame di uno dei miei Roth preferiti, “Ho sposato un comunista”, sarebbe modellato su di lei, una sorta di acida e dura risposta dello scrittore alle rivelazioni poco lusinghiere rilasciate dalla Bloom sul loro matrimonio nella sua seconda autobiografia. A pensarci, tutto ciò sembra già la trama di un romanzo di Philip Roth. Philip Roth ha sempre ragione.

2. “La strada” diventerà, pare, un film per la regia dell’australiano John Hillcoat, autore dell’ammirevole e invisibile western “The proposition”, scritto e musicato da Nick Cave e già gravitante in un'atmosfera decisamente “mccarthiana”. Se il film dovesse venirgli bene come il precedente, ci sarà da piangere e tremare. E piangere. E tremare.]

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 03:17 | link | commenti (8)
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giovedì, 24 gennaio 2008

IL CEFALO E IL DRAGONE


COUS COUS di Abdellatif Kechiche

I granelli di semola sono gustosi pensieri che invadono le labbra e le dita, la bocca e il cuore. Le idee ritornano cibo. La macchina da presa di Kechiche, aperta e mobilissima (quasi un ideale punto di congiunzione “mediterraneo” tra Renoir e Cassavetes), fa antropologia con una leggerezza di tocco superlativa e in seno a una speziata e coinvolgente cronaca familiare affronta anche il tragico, esistenziale e sociale, con il rispetto di chi, senza proclami, sa osservare e ascoltare. Le facce, le storie. Qui la famiglia non è una comunità tenuta assieme solo dal sangue e dalla terra ma anche dalle esperienze convissute, felici e infelici, e dall’amore condiviso. Non una prigione sigillata dal DNA ma un baluardo spirituale contro l’imbarbarimento e la burocratizzazione delle anime.

Un pranzo domenicale e una cena d’inaugurazione come misura del mondo, il piccolo e il grande. Un battello ebbro. E il ventre di una giovane donna che, danzando, chiosa la faticosa bellezza del cerchio vitale. Carcasse di navi rimesse a nuovo, figli che continuano a sognare con disperata tenacia i sogni dei padri. Un film che non termina, ma che continua.

Andrebbe visto rigorosamente in originale e invece ce lo sorbiamo doppiato.
Ad ogni modo assolutamente sì.


LUSSURIA di Ang Lee

La politica dei corpi spiegata alla Resistenza, l’impero collaborazionista dei sensi: l’eros è la tortura più sottile. In teoria un mélo tortuoso e raggelato, roba per cui vado in sollucchero, in pratica il solito laccato Ang Lee. A questo punto, a parte alcune eccezioni (due, ad essere fiscali), mi par di capire di non trovare molto di interessante nel suo cinema. Qualcosa di bello sì ma di interessante poco. Figurarsi di appassionante. Formalismo anestetizzante, plot medio risolto in modo decoroso ma davvero nulla più, eluso (nel senso di non approfondito, come spesso nel suo cinema) tutto ciò che poteva esserci di davvero bruciante (le sequenze erotiche sono sussultanti arabeschi forse necessari ma assolutamente non perturbanti; la questione politica, ridotta a quinta teatrale, non riesce mai a fondersi davvero con la sostanza mélo), infiorettature cinefile che si fermano giusto il tempo di un’inquadratura, un personaggio femminile di sproporzionata opacità (mentre il sempre grande Tony Leung evita sapientemente al suo personaggio, meglio scritto, il temuto effetto cliché), unico brivido che faceva sperare in una sterzata di senso la sequenza dell’impacciato e improvviso omicidio. In definitiva un film senza infamia e senza lode. O infame e lodevole. Bella colonna sonora però. E il sospetto, forte, che avrebbe potuto girarlo quasi uguale, magari con minor eleganza e destrezza compositive, un Anthony Minghella (o un Régis Wargnier) e non se lo sarebbe filato quasi nessuno.

Grazie ma no.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 21:43 | link | commenti (20)
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