24 Mesures
300
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Apocalypto
L'arte del sogno
L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford
Away from her - Lontano da lei
Babel
Un bacio romantico
The Black Dahlia
Blood diamond
Bobby
Borat
Breakfast on Pluto
Il caimano
Cars
La casa del diavolo
Casino Royale
Centochiodi
Les chansons d'amour
El cielo dividido (Broken sky)
Cous cous
Cuori
The departed
Diario di uno scandalo
Dreamgirls
Elizabeth - The golden age
Espiazione
I figli degli uomini
Flags of our fathers
Giorni e nuvole
Gone baby gone
Grindhouse - A prova di morte
Grizzly Man
Hairspray
Hot Fuzz
I'm a cyborg but that's ok
INLAND EMPIRE
Inside man
Into the wild
Io non sono qui
Jarhead
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King Kong
Lady Vendetta
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Little Miss Sunshine
The love of Siam
Lussuria
La maggiore distanza possibile
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Palindromes
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Wallace & Gromit - La maledizione del coniglio mannaro
Wild side
Zodiac
La zona

Ciò che rende l’ultimo lavoro di Sean Penn di una bellezza singolare e lacerante è anche questo, l’essere consapevole dei limiti intellettuali dell’impresa di Chris senza per questo rifiutarne l’entusiasmo in nome di un cinismo à la page (“Into the wild” è un film felicemente fuori tempo), l’adesione emozionale alla prospettiva idealistica del Supertramp che non sminuisce l’approccio critico.
Ho sempre creduto, forse eccessivamente, nell’importanza dell’incipit cinematografico, convinto che nelle prime immagini dei film ci sia già una chiave. “Into the wild” inizia con il brusco risveglio di una famiglia tormentata, una citazione dal dandy Byron e paesaggi incontaminati sulle cui inquadrature una penna traccia delle parole. Quella che sta per svolgersi di fronte ai nostri occhi non è dunque una straight story imperniata su un viaggiatore-santone che risponde al richiamo della foresta muovendosi da un luogo X a una meta X ma un racconto ben più stratificato e polifonico. E Penn affronta un materiale potenzialmente epico fitto di tópoi classicamente americani con una regia gioiosamente anticlassica, “spezzata”, impetuosa, impregnata di lussureggianti e sapidi umori seventies. L’itinerario di Chris non si consuma linearmente, è piuttosto un girare attorno (spazialmente e cronologicamente) a qualcosa che gli sfugge, a un tassello che manca alla filosofia della sua impresa, dentro e fuori dalla “civiltà”. E alla sua voce si legano altre voci, quella over della sorella Carine, che condivide le ragioni del fratello ma allo stesso tempo si fa pietosamente carico del dolore che Chris non si accorge di infliggere, quella di Eddie Vedder (quasi un doppio di Chris, che sublima in accorata retorica musicale i suoi pensieri, scrostandoli della patina libresca), quella della selvaggia natura americana, quella degli scrittori prediletti e di tutte le persone incontrate on the road, come la coppia di hippies coi quali a Slab City, assieme alla sedicenne Tracy, ricreerà un simulacro della famiglia abbandonata, oppure Ron Franz (un Hal Holbrook SUPREMO), il vecchio che scala le montagne, l’uomo che incide il cuore di Chris (e il mio) come se fosse cuoio, il buon padre isolatosi controvoglia che non vuole che il suo nome scompaia nel nulla. Di questo flusso caleidoscopico fanno parte, giustamente, anche le voci dei suoi stessi genitori, artefici e vittime del sogno americano, straziate colonne di quella famiglia in cui Chris vede il nucleo avariato di una società inautentica e sfrenatamente consumistica. E perfino quella flebile di un vecchio appena sfiorato, abbarbicato a un telefono pubblico e a un disperato tentativo di comunicazione (una delle scene più belle e cruciali del film).
Una dimensione corale che erode man mano la fortezza della solitudine da lui pervicacemente, forse ottusamente, costruita e che si traduce in una verità in armonia con
C’è poi un particolare, non di poco conto, che mi ha fatto riflettere ulteriormente sul senso e il valore (grande) del film di Penn. Dopo la pubblicazione e il successo del libro di Jon Krakauer sulla vicenda di McCandless, il luogo dove si trova il Magic Bus è diventato meta di un morboso pellegrinaggio, con ammiratori o turisti col gusto del macabro che si fanno immortalare nella stessa posa dell’ultimo autoscatto di Chris. Ecco, “Into the wild” (che è fiction pura) non si limita a commuovere (lo fa) ma turba (almeno turba me, il che è più difficile), proprio per le contraddizioni generosamente sviscerate, esemplare di un cinema furiosamente umanista che cerca di far condividere, se non la felicità, almeno la sua dolorosa e strenua ricerca, piuttosto che fermarsi a fotografarne la morte.
*il capovolgimento del verso di Byron (“I love not man the less, but Nature more”), citato all'inizio del film, è voluto.
**Vedendo “Into the wild” mi sono venuti in mente “Centochiodi” di Olmi, per contrasto, e l’ambigua immagine finale di “Fahrenheit


PERSON PITCH – Panda Bear.
È da giorni che questo disco, uscito nell’ormai lontano marzo 2007 e scoperto solo adesso, m’infonde una piacevole e inaspettata pace. Tutto mi sarei aspettato tranne che di lasciarmi conquistare da un oggetto bislacco come questo. Io, proprio io che non riesco ad ascoltare un pezzo degli Animal Collective per intero (Panda Bear è Noah Lennox, uno dei membri del collettivo). Io, che poi guardo Sanremo.
Psichedelia raggiante, sette tracce di diversa lunghezza ma un unico flusso estatico e dorato, un inno hippy contemporaneo. Brian Wilson benedice appoggiato a una tavola da surf.
[...avere nelle cuffie i 12 minuti di “Bro’s” mentre prendo il sole guardando il mare, in una spiaggia che ho ben in mente, quasi vuota, tra qualche mese...]
LA STAGIONE DEL CANNIBALE – Amor Fou.
Mi stupisce decisamente meno il fatto che mi sia innamorato di questa struggente cronaca di amants (ir)réguliers suddivisa in undici capitoli*. Che non ha un lieto fine ma una grandiosa conclusione strumentale in cui tutto,
Il grande mélo che il cinema italiano non ci ha ancora dato l’hanno realizzato gli Amor Fou.
*la storia di Adele H. e Paolo M., dai cui racconti nascono le undici tracce del lavoro, è ricostruibile qui


[Due note extraletterarie o quasi per smaltire la commozione (in un caso molto acuta):

COUS COUS di Abdellatif Kechiche
I granelli di semola sono gustosi pensieri che invadono le labbra e le dita, la bocca e il cuore. Le idee ritornano cibo. La macchina da presa di Kechiche, aperta e mobilissima (quasi un ideale punto di congiunzione “mediterraneo” tra Renoir e Cassavetes), fa antropologia con una leggerezza di tocco superlativa e in seno a una speziata e coinvolgente cronaca familiare affronta anche il tragico, esistenziale e sociale, con il rispetto di chi, senza proclami, sa osservare e ascoltare. Le facce, le storie. Qui la famiglia non è una comunità tenuta assieme solo dal sangue e dalla terra ma anche dalle esperienze convissute, felici e infelici, e dall’amore condiviso. Non una prigione sigillata dal DNA ma un baluardo spirituale contro l’imbarbarimento e la burocratizzazione delle anime.
Un pranzo domenicale e una cena d’inaugurazione come misura del mondo, il piccolo e il grande. Un battello ebbro. E il ventre di una giovane donna che, danzando, chiosa la faticosa bellezza del cerchio vitale. Carcasse di navi rimesse a nuovo, figli che continuano a sognare con disperata tenacia i sogni dei padri. Un film che non termina, ma che continua.
Andrebbe visto rigorosamente in originale e invece ce lo sorbiamo doppiato.
Ad ogni modo assolutamente sì.

LUSSURIA di Ang Lee
La politica dei corpi spiegata alla Resistenza, l’impero collaborazionista dei sensi: l’eros è la tortura più sottile. In teoria un mélo tortuoso e raggelato, roba per cui vado in sollucchero, in pratica il solito laccato Ang Lee. A questo punto, a parte alcune eccezioni (due, ad essere fiscali), mi par di capire di non trovare molto di interessante nel suo cinema. Qualcosa di bello sì ma di interessante poco. Figurarsi di appassionante. Formalismo anestetizzante, plot medio risolto in modo decoroso ma davvero nulla più, eluso (nel senso di non approfondito, come spesso nel suo cinema) tutto ciò che poteva esserci di davvero bruciante (le sequenze erotiche sono sussultanti arabeschi forse necessari ma assolutamente non perturbanti; la questione politica, ridotta a quinta teatrale, non riesce mai a fondersi davvero con la sostanza mélo), infiorettature cinefile che si fermano giusto il tempo di un’inquadratura, un personaggio femminile di sproporzionata opacità (mentre il sempre grande Tony Leung evita sapientemente al suo personaggio, meglio scritto, il temuto effetto cliché), unico brivido che faceva sperare in una sterzata di senso la sequenza dell’impacciato e improvviso omicidio. In definitiva un film senza infamia e senza lode. O infame e lodevole. Bella colonna sonora però. E il sospetto, forte, che avrebbe potuto girarlo quasi uguale, magari con minor eleganza e destrezza compositive, un Anthony Minghella (o un Régis Wargnier) e non se lo sarebbe filato quasi nessuno.
Grazie ma no.