[di passaggio]

Cinema e (forse) altro. Perdite di tempo, in pratica.

Chi mi credo di essere

Blogger: UnoDiPassaggio

di passaggio anche qui

Categorie

En passant

24 Mesures
300
Un'altra giovinezza
Apocalypto
L'arte del sogno
L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford
Away from her - Lontano da lei
Babel
Un bacio romantico
The Black Dahlia
Blood diamond
Bobby
Borat
Breakfast on Pluto
Il caimano
Cars
La casa del diavolo
Casino Royale
Centochiodi
El cielo dividido (Broken sky)
Cous cous
Cuori
The departed
Diario di uno scandalo
Dreamgirls
Elizabeth - The golden age
Espiazione
I figli degli uomini
Flags of our fathers
Giorni e nuvole
Gone baby gone
Grindhouse - A prova di morte
Grizzly Man
Hairspray
Hot Fuzz
I'm a cyborg but that's ok
INLAND EMPIRE
Inside man
Into the wild
Io non sono qui
Jarhead
Juno
King Kong
Lady Vendetta
Lettere da Iwo Jima
Little Miss Sunshine
The love of Siam
Lussuria
La maggiore distanza possibile
Margot at the wedding
Marie Antoinette
Match point
Memories of Matsuko
Miami Vice
Mio fratello è figlio unico
Mission:Impossible III
Munich
N - Io e Napoleone
Nella valle di Elah
The new world
Non è un paese per vecchi
Non pensarci
Nuovomondo
Ogni cosa è illuminata
Onora il padre e la madre
I padroni della notte
Palindromes
Paprika
Paranoid Park
Persepolis
Il petroliere
The prestige
La promessa dell'assassino
Quando l'amore brucia l'anima - Walk the line
Quattro mesi, tre settimane, due giorni
The queen
Quei loro incontri
Radio America
La ragazza del lago
Ratatouille
Il regista di matrimoni
La ricerca della felicità
Rocky Balboa
Saturno contro
La sconosciuta
Scoop
I segreti di Brokeback Mountain
Severance
Shortbus
I Simpson - Il film
Sogni e delitti
Spider-Man 3
La sposa cadavere
La stella che non c'è
Still life
Sunshine
Sweeney Todd
Syriana
Tarnation
I testimoni
Transamerica
Le tre sepolture
Truman Capote - A sangue freddo
Tutta la vita davanti
United 93
Il vento fa il suo giro
Le vite degli altri
Volver
V per Vendetta
Wallace & Gromit - La maledizione del coniglio mannaro
Wild side
Zodiac
La zona

Attaccabottone

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder



Cotillons



Inland Empire Aggregator

Contatore

(faccio finta di credere che mi abbiano) visitato *loading* volte

mercoledì, 30 aprile 2008

E CHE AMORE SIA(M)

Al Far East Film Festival 10 mi aggiravo contento e stupito come un bambino alle giostre (un bambino a cui piacciano molto le giostre, perché non è che a me bambino le giostre facessero impazzire). E dire che ci sono stato solo un pomeriggio, il tempo di assaporarne l’atmosfera. E giusto quel pomeriggio, l’unico pomeriggio disponibile per una trasferta in terra friulana, guarda un po’, proiettavano THE LOVE OF SIAM di Chookiat Sakweerakul. Guarda un po’.

“Love of Siam” è stato un vero e proprio caso in Thailandia, non solo film di grande successo ma anche autentico fenomeno di costume. Teen romance con declinazione gay, il film è stato volutamente pubblicizzato come fosse un film straight (basta guardare wallpapers e posters per accorgersene) proprio per cercare di raggiungere un pubblico più ampio. Una scelta che ha causato qualche polemica ma che non ha impedito al film di ottenere comunque un grandissimo consenso pubblico e critico. Fin qui la cronaca. Adesso l’angolo dell’approfondimento. Guardo “Love of Siam”, mi accorgo di non aver mai visto un film thai (per un soffio mi è sfuggito “Tropical Malady” di Apichatpong Weerasethakul) eppure mi chiedo cos’hanno questi thailandesi che noi non abbiamo (o il contrario). Perché “Love of Siam” è cinema popolare schietto, dal linguaggio semplice e diretto, universale. Ma questa semplicità, che sa essere anche elegante, non banalizza nulla, anzi. Teen movie che più teen movie non si può (con tanto di boy band) ma anche dramma familiare, l’innamoramento reciproco di Mew e Tong è raccontato con una delicatezza e sfumatura di toni che non ne fa l’elemento preponderante ma lo inserisce in una più vasta rete di dinamiche sentimentali, di bisogni ed assenze, restituendone così tutta la naturalezza.

L’amore forse senza futuro forse no dei due ragazzi (prima bambini in un lungo bel prologo) diventa così qualcosa di centrale ma non di accentratore, suggellato in un unico bacio (posto quasi al centro del film, se non ricordo male). E il racconto si assesta su una tale fluidità di toni che i suoi 150 minuti e rotti non si sentono affatto. Il sentimentalismo, che c’è (ed è giusto ci sia in un film come questo), viene smussato dall’ironia o da un senso drammatico genuino (e dalla freschezza recitativa) per poi esplodere nel gran finale corale e strappalacrime, dove la natura popolare del film viene fuori alla grande, tra luci natalizie, lettere di commiato e zuccherose canzoncine pop (devo proprio tirar fuori le vecchie ma sempre valide parole che dice Mathilde/Fanny Ardant a proposito della canzonette sentimentali ne “La signora della porta accanto”? devo proprio? devo anche dire che su quella canzoncina honey-pop ero tutto un groppo alla gola?). Ma anche qui il finale non è un happy end sbracato né una conclusione mesta e rinunciataria, piuttosto un’intelligente e commossa assunzione di responsabilità, con tutto quello che questo potrà comportare in futuro, il rimpianto di un’occasione perduta o la certezza di aver fatto la scelta giusta.

Mi piace concludere questo post con alcune immagini di un altro film, visto ieri (ed era anche ora).

Perché Park Chan-Wook è un grande e I'M A CYBORG BUT THAT'S OK è una favola anarchica stupefacente. Perché non siamo robot e ci siamo macchiati del peccato capitale della compassione (e della gratitudine). Perché Young-goon è un’altra giovane lady impossibilitata a perseguire la sua dolce vendetta se non nei suoi sogni di metallo e transistor, mentre il corpo deperisce nella ricerca del senso della propria vita. Perché, nonostante tutto il dolore, c’è comunque un arcobaleno d’amore a brillare sulla follia.

[Una conferma e un impegno. La conferma: nel cinema orientale si piange meglio che in qualsiasi altro cinema del mondo. L’impegno: quello di imparare a scrivere e a pronunciare con assoluta nonchalance nome e cognome di un regista thailandese]

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 23:54 | link | commenti (7)
categorie:
domenica, 27 aprile 2008

E LO BLOG FAI SON VIR

(ovvero: RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI - PARTE SECONDA)

Aprile dolce dormire. In realtà non ho dormito affatto. Nessuna colpa da imputare al tepore primaverile, che si è appena timidamente affacciato. Né ad impegni improrogabili. O a tragedie ammutolenti. Né allo splendore degli ombrelli di Cherbourg, che fanno scolorire tutto il resto. Così, semplicemente, non mi andava. E non so quanto realmente mi vada adesso. Sicuramente molto più di prima. E poi quel post solitario datato 1 aprile, che tristezza. E dire che di film se ne son visti. E col passare dei giorni, il valore di alcuni si fa più nitido.

È il caso del bellissimo I PADRONI DELLA NOTTE di James Gray: nelle forme elegantemente dure di un poliziesco color cobalto e metallo (aperto dal bianco e nero brusco e a tratti obitoriale delle istantanee di Leonard Freed, raccolte nel suo
Police work), un requiem solenne intonato all’impossibilità del compromesso in un mondo di spazi (fisici e mentali) chiusi e impermeabili tra loro (la polizia, i malavitosi, la famiglia, le etnie). Disco inferno. Grande stile che fa il racconto e non stile applicato al racconto: le traiettorie morali sono create dal solo sguardo. In virtù di questo, ad esempio, la strepitosa sequenza dell’inseguimento invece di essere giocata sul dinamismo della corsa e dei veicoli è tutta racchiusa nell’abitacolo, stretta sul volto di Joaquin Phoenix (ottimo), con la pioggia che occlude ancor di più lo spazio. Mentre il regolamento di conti finale teoricamente in open air è strettamente delimitato dalle canne e dalla cortina di fumo. Sono stati fatti parecchi nomi di riferimento, mi butto nella mischia pure io chiamando in causa Schrader e Ferrara. Ma Gray ha la sua bella personalità ed è uno da tenere d’occhio.

Il tempo invece è stato inclemente con UN BACIO ROMANTICO del più che adorato Wong Kar-Wai, già molto tiepidamente apprezzato al tempo della sua visione. E qui il cuore mi si stringe al punto che preferirei quasi non parlarne. Il cinema dello sperdimento del nostro amato hongkonghese si adorna di un tassello opaco, nonostante gli accesi cromatismi e i lussureggianti step-frame, privo di personaggi genuini. E la poetica del falso movimento (tutti i personaggi ritornano al punto di partenza, quello interpretato da Jude Law è addirittura un maratoneta immobile), trasposta in unAmerica invisibile, risulta letteraria, mai autentica, anche un po’ leccata. Tra le due cantanti in scena a colpirmi di più sinceramente è stata Cat Power in un piccolo malinconico ruolo. Rapsodia spenta in blu mirtillo.

Poi c’è JUNO di Ivan Reitman. Mah. Intelligente nella costruzione narrativa, sì, mai ruffiano nonostante ne avesse tutte le carte. Però è anche un film in cui, nonostante le notazioni sociologiche di cui si rimpinza, non c’è neanche un conflitto. Neanche uno. E in cui, non capisco bene perché, si fa invece di tutto per ritrarre come monoliticamente sgradevole l’unico personaggio che un conflitto lo vive, quello interpretato da Jennifer Garner. Film “carinamente” medio baciato dal successo programmato a tavolino. Poteva andare peggio (tipo “Little Miss Sunshine”). Però indie per indie, pancione per pancione, sillaba iniziale per sillaba iniziale, mi chiedo perché JUNO sì e JUNEBUG no. La risposta la so.

Così come posso capire perché MARGOT AT THE WEDDING di Noah Baumbach in Italia non sia ancora uscito e probabilmente non uscirà. Dopo il bellissimo “Il calamaro e la balena” un’altra dissezione familiare, dal titolo rohmeriano. Un film che sembra sempre sull’orlo della farsa e invece è quasi un dramma bergmaniano. Un po’ involuto nella narrazione, più ambizioso dell’esordio e probabilmente irrisolto ma di una sgradevolezza coraggiosa nel disegno di un gruppo di personaggi lacerati e aggressivi. La East Coast sullo sfondo ha ben poco di rilassante (e la fotografia di Harris Savides, giocata su colori freddi e crepuscolari, acuisce questo senso di disagio). A distanza di giorni penso ancora alla sequenza in cui Margot (una Kidman brava da star male) sfidata dalla sorella Pauline si arrampica su un albero, rimanendo lì sospesa tra il vuoto e il suo vuoto.

Tanto si è parlato invece di NON PENSARCI di Gianni Zanasi, acclamato un po’ dovunque. Godibilissimo, per carità, fresco e svelto nel ritratto di uno stage diving senza rete probabilmente generazionale, privo di zavorre pensose o isterismi teatrali. Però i meriti di questo film mi sembra vadano trovati molto più nel reparto regia (un bel digitale narrativo e non atmosferico usato con asciuttezza e begli stacchi di montaggio) che in quello sceneggiatura. La storia segue percorsi già noti e non mi sembra osi poi granché, con snodi in fondo consolatori, alcuni personaggi solo abbozzati (la sorella Anita Caprioli, a ben vedere anche i due genitori) e una provincia non così soffocante come denunciata. Passerò anche per snob ma se proprio si vuol parlare di cinema indipendente italiano preferisco fare riferimento all’ammirevole e affascinante IL VENTO FA IL SUO GIRO (E L'AURA FAI SON VIR) di Giorgio Diritti, che non ripercorre strade note ma con caparbia autonomia attinge sì alla tradizione di Piavoli e Olmi ma in una direzione inattesa, antilirica, crudele. Che riflette con grande e disincantata sottigliezza su cosa renda davvero viva una identità culturale, se la conservazione della tradizione o il confronto tra tradizione e innovazione, utilizzando anche il valore sovversivo del sesso. E che in più riesce a rendere avvincente un racconto di quasi due ore ambientato in una piccola comunità occitana sulle montagne piemontesi. La memoria del passato serve a ben poco se non c’è fiducia nel futuro. E “tolleranza” è una brutta parola. Il vento fa il suo giro ma il cerchio, per fortuna, non è sempre rotondo. Avventurosa vicenda produttiva, esito prezioso.

Per quanto riguarda il notevole LA ZONA di Rodrigo Plá, non posso che sottoscrivere tutto quel che ha detto lui (che mi auguro ritorni a scrivere con regolarità) e limitarmi a chiosare con alcuni versi di una poesia scritta da Jacques Prévert nel 1936 dal titolo “Chasse à l’enfant”: “Bandit ! Voyou ! Voleur ! Chenapan !/ C'est la meute des honnêtes gens/ Qui fait la chasse à l'enfant/ Pour chasser l'enfant, pas besoin de permis/ Tous les braves gens s'y sont mis/ Qu'est-ce qui nage dans la nuit/ Quels sont ces éclairs ces bruits/ C'est un enfant qui s'enfuit/ On tire sur lui à coups de fusil”. Durissimo, senza facili soluzioni, un prefinale di sconcertante ferocia. A sopravvivere, in tale sfacelo, è solo la pietas di chi ha saputo ribellarsi alla legge del padre.

Per finire, GONE BABY GONE, il sorprendente esordio nel lungometraggio di Ben Affleck. Che batte sentieri già eastwoodiani, è vero, ma li segue con giudizio, immergendosi dolente nel white trash bostoniano (e assestando anche qualche bel colpo di regia, come nella sequenza in nero dell’incursione nella casa del pedofilo, cuore rivelatore di tutto il film). Dilemma dalle risonanze kieslowskiane ma incastonato in una solida struttura di genere, noir che pasteggia il boccone amaro del dubbio, una bellissima immagine finale che riconsidera il valore delle scelte fatte in un silenzio assordante, in una distanza che non si riesce a coprire. Spiazzante e lacerante, per chi non crede di avere la verità in tasca.

E questo è quanto. Almeno fino ad ora.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 13:15 | link | commenti (21)
categorie:
martedì, 01 aprile 2008

NE ME QUITTE PAS

Da anni inseguivo questo film.
Finalmente l'ho visto. Al cinema, dove tutto dovrebbe ritornare ad essere proiettato.
Ci sono tutti i colori della malinconia ne "Les parapluies de Cherbourg" di Jacques Demy, colori tenui e saturi, e ogni singolo movimento di macchina ci dice, nell'ambito di una finzione radicale, primordiale ed elegantissima, la verità crudele e dolcissima dell'amore, della sua assenza e del suo rimpianto. E come se tutto ciò non bastasse c'è anche l'addio alla stazione forse più bello di tutta la storia del cinema.

Les enfants qui s'aiment  s'embrassent debout/ contre les portes de la nuit/ et les passants qui passent les désignent du doigt/ mais les enfants qui s'aiment/ ne sont là pour personne/ et c'est seulement leur ombre/ qui tremble dans la nuit ("Les enfants qui s'aiment", Jacques Prévert)

L'attesa è stata ripagata. Un capolavoro fuori dal tempo.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 01:56 | link | commenti (10)
categorie: