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mercoledì, 14 maggio 2008

LA GUERRE À TROIS N’AURA PAS LIEU

Di LES CHANSONS D’AMOUR di Cristophe Honoré, accolto tiepidamente all’ultimo Festival di Cannes, o ci si innamora o non se ne fa niente. Mélo lieve e grave al tempo stesso, giocoso e denso, malinconicamente euforico, intessuto di canzoni belle ed emozionanti come da tempo non mi capitava di sentire in un dramma musicale (un pop elegante e minimalista con leggere accensioni elettriche e qualche fuga orchestrale), dolcemente letterario (di una letterarietà che non è frigidità accademica, qui le pagine di Hervé Guibert o Henri Michaux si mischiano alle lenzuola dove si fa l’amore, ai sudari dove si muore), incastonato tra Montparnasse e Place de la Bastille. Parigi è uno spartito musicale attraversato da traiettorie amorose sghembe, filmato nell’imbrunire invernale o nelle luci notturne che bagnano l’asfalto, città custodita nel desiderio cinefilo eppure fluidamente calata nella contemporaneità.

Un’altra dimostrazione che la nouvelle vague, soprattutto oggi, è una disposizione mentale, uno stato dei sentimenti, uno sguardo innamorato senza tempo. Honoré costruisce sequenze incantevoli (come la notte d’amore tra Ismaël e Erwann sulle note di “Ma mémoire sale” cantata da Garrel o il piano sequenza nel quale la Mastroianni canta “Au parc” guardando direttamente in macchina, per citarne solo due), rincorre il grande cinema di Demy*, il Godard gioioso di “Une femme est une femme”, il Truffaut degli amori borghesi e dei ménages a trois, dei baci rubati e dei domiciles conjugaux ma la cinefilia è baciata dalla grazia, vibra di emozioni vere e vive, non suona nessuna campana a morto nostalgica, tutt’al più sembra comunicare con i morti (come nella bellissima sequenza ambientata nel cimitero di Montparnasse: Ludivine fantasma d’amore). E guarda avanti, a nuovi amori, a nuovi corpi, a nuovi bisogni (l'
Aime-moi moins mais aime-moi longtemps” che suggella la bella immagine finale). Potrebbe sembrare un film di testa per la preziosità compositiva, invece c’è tanto cuore. Il faut se taire, il faut chanter.

*[del quale ho visto giusto qualche giorno fa gli incastri e i glissements scintillanti de LES DEMOISELLES DE ROCHEFORT, altro capolavoro, stavolta non solo cantato ma anche ballato, in cui la sensibilità visiva e musicale europea si sposa con i musical hollywoodiani, molto più di un omaggio che s'incarna nei corpi reali di George “West Side Story” Chakiris e Sua Maestà Gene Kelly (oltre che in quelli delle irresistibili sorelle Catherine Deneuve e Françoise Dorléac), grande colonna sonora di Michel Legrand, dolly che sono vere e proprie intermittences du coeur]

[volendo, si può shakerare il tutto con Baisers volés”, traccia #10 del bell’album d'esordio di The Niro, aperta dalla voce di Jeanne Moreau che recita la famosa dichiarazione inziale di “Jules et Jim”: Tu m'as dit je t'aime/ Je t'ai dit attends/ J'allais dire prends-moi/ Tu m'as dit va-t-en]

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giovedì, 08 maggio 2008

I RAGAZZI CON LA VALIGIA


IL TRENO PER IL DARJEELING di Wes Anderson


Nel mondo di Wes Anderson oltre ad esser noi a perdere i treni sono anche gli stessi treni a perdersi. Sì, ci sono i binari, basta seguirli, ma a volte non è ben chiaro dove siano diretti. Quello dei fratelli Whitman è un viaggio perplesso sulle modalità, sulle motivazioni, sulla meta. Una perplessità che si trasferisce anche sugli oggetti, anche sui mezzi di locomozione, quindi sui treni. Che, rivestiti di colori squillanti e profumati di spezie e sweet lime, smarriscono la strada pur essendo piantati su tracciati sostanzialmente fissi.

Però sono perplesso anch’io di fronte all’ultima fatica di Anderson. Leggendo qua e là tra post e recensioni più o meno autorevoli ho notato che la formula prevista per parlare di questo film, anche e soprattutto in modo positivo, è l’elenco. L’elenco di tutto quel che c’è, di tutto quel che di “andersoniano” questa avventura indiana contiene. C’è questo, c’è questo, c’è quest’altro (ed è vero che ci sono). Come quando si ripone con cura qualcosa nel proprio bagaglio prima della partenza. “Il treno per il Darjeeling” è una bella valigia, griffata ma con carattere, ma non è ancora un viaggio. Quasi uno studio preparatorio, raffinatamente bizzarro, che non si concretizza in un disegno finale. Tanti appunti in bella grafia su una Moleskine.

Verrebbe quasi voglia di dare voti, seguendo il criterio della Connection, ai singoli elementi. Per cui 4.5 al bellissimo incipit nel quale due ipotesi di storie corrono parallele, col fiatone, ma sarà una a prevalere sull’altra, vincitrice ma con uno sguardo compassionevole (verso la storia mancata, verso il padre Zissou che scompare), 2.5 allo snodo drammatico del funerale del ragazzo indiano annegato (per nulla ridondante, anzi, ma decisamente irrisolto, soprattutto visivamente), 2.5 al flashback sul funerale del padre, bello spunto ma svolgimento a vuoto (però 4 allo sguardo stranito del meccanico Barbet Schroeder), 3 al deludente approdo al convento nel quale si è ritirata la madre, una Anjelica Huston un po’ sacrificata in un personaggio abbozzato (ma 4 per avermi fatto pensare per bislacche assonanze a uno dei film più belli che abbia mai visto, “Narciso nero” di Powell e Pressburger), 4.5 ad Adrien Brody, il migliore dei fratelli Whitman, 5 al profumo “Voltaire n.5”, 2.5 al modo in cui viene alla fine sperperato il tema del “rito” attraverso il quale provare a sancire una rinnovata coesione, 3 al carrello laterale fin troppo di maniera che percorre la sezione del treno nel quale tutti i personaggi fanno capolino con le loro storie (ma 4 all’apparizione della tigre), 3 al quarto d’ora finale (ma non alla sequenza finale) che mi sembra stenti a chiudere una storia che è a malapena iniziata, 4 al racconto che Jack sta scrivendo, abitato da personaggi di “assoluta finzione”, di cui conosce la fine ma non l’inizio, e alla leggerezza metanarrativa di tutto ciò, 3 alla “gag” del serpente, 4.5 al cortometraggio d’apertura “Hotel Chevalier”, ironicamente sensuale e struggentemente sarcastico, che in pochi minuti e con poche battute riesce a creare il passato, il presente e il futuro di una storia (che è d’amore e di logoramento, ma che è principalmente una storia), quel senso del tempo che invece mi sembra così statico nel lungometraggio seguente. Basta, mi fermo qui con questo giochetto scemo.

Pur alle prese con un materiale così frammentario (volutamente frammentario) la regia di Anderson è più parsimoniosa del solito, silenziosamente cinéphile, pochi arabeschi nella sua caratteristica messinscena frontale. La stessa messinscena che però nell’album di famiglia dei Tenenbaum e nei capitoli illustrati del romanzo d’avventura à la Verne del team Zissou aveva saputo a un certo punto coagulare tutte le divagazioni (tutti i treni che sembravano perdersi) in un grumo dolente e commosso. Quello che non riesco a percepire qui. Il solipsismo dei personaggi andersoniani fa sempre i conti col senso (e il peso) della mancanza e sfocia spesso nell’anelito a una comunità, che sia originaria o nuova. Qui il legame ritrovato mi sembra poco autentico, i personaggi nonostante l’unità conquistata continuano a sembrarmi soli e inermi, contrariamente a quel che il film vorrebbe dirmi.
E quelle valigie di cui si liberano alla fine del film mi sembrano decisamente leggere.
Un po’ troppo facile liberarsene.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 01:12 | link | commenti (19)
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