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BORAT di Larry Charles
Un Candide kazako che attraversa con innocenza brutta sporca e cattiva gli U, S e A, terra degli orrori morali istituzionalizzati, gemellata a sua insaputa con il depravato e liminare e semi-immaginario Kazakistan, per raggiungere un ridicolo sogno d’amore catodico e siliconato. Un Jackass politico che in un paio di momenti sfiora davvero il cataclisma cosmicomico (l’inno kazako-americano intonato durante il rodeo e l’incursione nell’isteria religiosa dei cristiani pentecostali) ma che per il resto si adagia su una provocazione demenziale e scatologica sprovvista di vero nerbo (ma dotata, mi è parso, di un vago retrogusto moralistico, come suggerisce anche il finale con la prostituta freak cuor d’oro).
Gli sgangherati strumenti televisivi (il reportage, l’intervista, la candid camera) non vengono rovesciati in oggetti contundenti o grimaldelli del rozzo immaginario nel cui shit-hole siamo immersi fino al collo ma rimangono espedienti formali usati con poca acutezza da uno sguardo impreciso (soprattutto nella non-identificazione dell’occhio che inquadra le avventure di Borat) e comunque ancora debolmente televisivo. Alla carica potenzialmente destabilizzante del pur bravo Sacha Baron Coen non corrisponde un corpo cinematografico robustamente eversivo.
Se questa è l’unica satira possibile oggi, “MTVizzata” e “YouTubizzata” a tavolino, allora “Borat” è un film decisamente sconfortante perché sancisce perentoriamente e contro i propri interessi come il politicamente scorretto, anche al cinema, sia stato infiacchito e reso progressivamente sterile dall’omologazione estetica di matrice televisiva.
“Borat” viene troppo presto e con troppa sprecata foga.
“Borat” non ha la forza per penetrare, per essere davvero violento.
“Borat” è lo stupro mancato del sistema.
