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sabato, 03 novembre 2007

SE SON ROSE MORIRANNO

UN'ALTRA GIOVINEZZA di Francis Ford Coppola

Dopo dieci anni, il commovente ritorno di Coppola sullo schermo. Commovente non tanto per il soggetto in sé quanto per la generosità con la quale Coppola si concede nudo allo sguardo altrui, al nostro, in un film aperto e meravigliosamente slabbrato che è anche un distillato prezioso di tutto il suo cinema, nel quale Dracula rapisce Peggy Sue, Kurtz consola Jack (o viceversa), i sognatori di “One from the heart” si ritrovano a ballare nelle stanze chiuse, marroni e gialle, della saga dei Corleone, e i ragazzi (della 56esima strada) si fermano a riflettere (e riflettersi) nei giardini di pietra.

Un’opera dal fascino baluginante e sfuggente, facilmente criticabile ma di straordinaria ricchezza, che immerge i suoi rebus filosofici sul Tempo e la Conoscenza, discutibili o meno, le suggestioni mistiche e le ipotesi archeolinguistiche nel liquido amniotico del melodramma delirante d’amour fou e nelle spire del cinema fantastico e d’avventura, irto di ombre espressioniste (fantasmi noir di Lang e Tourneur), un gioiello esuberante e malinconico che costeggia il ridicolo e sfiora spesso il sublime.

Grandissima regia che brucia l’ipertrofia narrativa e le iperboli del plot (complesso? squilibrato?) in una trasparenza immaginifica sconcertante, creando uno spazio altro in cui tutte le antinomie si fondono surrealisticamente. L’autentica visionarietà di “Youth without youth” scaturisce non dall’accumulo delle forme ma dal recupero della loro purezza, dall’attingere nel 2007 al linguaggio antico, quasi sacro, degli albori (la giovinezza senza giovinezza della macchina da presa), in un intreccio vibrante di sovrimpressioni e dissolvenze incrociate e in nero, di montaggio interno all’inquadratura (che, pur fissa, sembra esplodere) e immagini capovolte (la prima illusione della camera oscura), in una fusione armonica tra ritmo visivo e colonna sonora (di Osvaldo Golijov, bellissima).

Apparentemente racchiuso tra titoli di testa e di coda hollywoodianamente classici, un ammaliante palinsesto legato con un nastro di Moebius, che finisce col fare affiorare strato dopo strato una verità semplice e struggente: l’imprescindibilità del presente. Perché l’Infinito e il Tempo come flusso psichico sono appannaggio dell’Arte e della Scienza (dunque del Cinema?) ma l’uomo nel suo viversi è fatto di attimi di presente. Quelli in cui improvvisamente sbocciano, e poi appassiscono, le rose.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 00:33 | link | commenti (10)
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Commenti
#1   03 Novembre 2007 - 10:01
 
finalmente, i rinforzi sono arrivati tardi ma sono arrivati
gioisco
utente anonimo

#2   03 Novembre 2007 - 10:14
 
Ottima recensione... mi trovi pienamente d'accordo (personalmente ho usato toni anche più entusiastici). Non siamo in molti a difendere questo film ma cominciamo a farci sentire...ciao, un saluto
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#3   04 Novembre 2007 - 00:19
 
La tua recensione è molto più commovente del film.

"un gioiello esuberante e malinconico che costeggia il ridicolo e sfiora spesso il sublime."
costeggia il ridicolo e v'inciampa vistosamente non sfiorando il sublime soltanto nei fulmini del primo tempo e nelle immagini A’ Rebours, indietro nel tempo ma non solo.
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#4   05 Novembre 2007 - 10:05
 
@honeyboy & pickpocket83: i rinforzi arrivano sempre alla fine ma arrivano.
@deliriocinefilo: come ti ho già scritto, mi ha stupito, per quel che ho capito di te attraverso il tuo blog, la tua reazione di fronte a questo film.
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#5   05 Novembre 2007 - 10:59
 
e ti stupirà ancora di più il fatto che ieri ho finalmente visto Velvet Goldmine e non mi ha entusiasmato più di tanto...
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#6   05 Novembre 2007 - 11:35
 
Tu stai peggio di me, mi sa.
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#7   05 Novembre 2007 - 12:26
 
Ok. Mercoledì vado a vederlo. Troppe opinioni diverse su questo film: la curiosità cresce!
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Lilith1984

#8   05 Novembre 2007 - 18:15
 
Gran bella recensione complmenti.

Gran bel leggere da queste parti.

Un saluto.

Rob.
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#9   07 Novembre 2007 - 12:29
 
direi che, per motivi diversi, con percorsi diversi (TM) - :) - e con passati diversi, Ozon e Coppola fanno un cinema che si offre nudo allo spettatore, in cui regista e film sono una cosa sola, e offrono il petto al nemico.
(e lo stesso si potrebbe dire di Gilliam, per altri versi).
Facendo questo, passano la palla al pubblico.
Generoso quello di Coppola, impietoso quello di Ozon (e anche quello di Gilliam).
In entrambi i casi un cinema su cui non mi sento di sparare per nulla. Amo questi registi che non cavalcano l'onda, che non fanno film "sulla quella guerra" (magari su altre, interne ad ognuno di noi e decisamente più interessanti), che non si appiattiscono sul cinema i-pod, ma, in modi del tutto diversi tra di loro, provano a raccontare (non bisogna credere a chi dice che il racconto non c'è e non conta nulla, figurarsi: persino INLAND EMPIRE è un cinema assolutamente narrativo) in modo diverso, senza accompagnare lo spettatore alla fine del film, senza rassicurarlo, senza assecondare i punti di vista, spiazzandolo, offrendogli spunto per battersi con le immagini a corpo nudo, provocandolo, spingendolo a riflettere/riflettersi nelle immagini, rinunciando alla messa in scena infantile ed elementare, introducendo elementi di problematicità, spingendo sul relativismo della visione, rifiutando l'assolutismo (bianco/nero, acceso/spento, giusto/sbagliato) che ammorba molto cinema odierno.

Perdona la logorrea ma il fatto di avere la connessione casalinga morta mi spinge allo sfogo.
Un abbraccio.
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#10   12 Novembre 2007 - 13:29
 
Mi spiace aver perso Ozon. E anche Gilliam. Ma molto di più Ozon.

(perdona la sintesi ma, nel mio caso, l'assenza di qualsiasi connessione e la miracolosa possibilità di usufruirne di una amica mi spingono a economizzare i tempi di risposta, ahimé)
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