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IL TRENO PER IL DARJEELING di Wes Anderson
Nel mondo di Wes Anderson oltre ad esser noi a perdere i treni sono anche gli stessi treni a perdersi. Sì, ci sono i binari, basta seguirli, ma a volte non è ben chiaro dove siano diretti. Quello dei fratelli Whitman è un viaggio perplesso sulle modalità, sulle motivazioni, sulla meta. Una perplessità che si trasferisce anche sugli oggetti, anche sui mezzi di locomozione, quindi sui treni. Che, rivestiti di colori squillanti e profumati di spezie e sweet lime, smarriscono la strada pur essendo piantati su tracciati sostanzialmente fissi.
Però sono perplesso anch’io di fronte all’ultima fatica di Anderson. Leggendo qua e là tra post e recensioni più o meno autorevoli ho notato che la formula prevista per parlare di questo film, anche e soprattutto in modo positivo, è l’elenco. L’elenco di tutto quel che c’è, di tutto quel che di “andersoniano” questa avventura indiana contiene. C’è questo, c’è questo, c’è quest’altro (ed è vero che ci sono). Come quando si ripone con cura qualcosa nel proprio bagaglio prima della partenza. “Il treno per il Darjeeling” è una bella valigia, griffata ma con carattere, ma non è ancora un viaggio. Quasi uno studio preparatorio, raffinatamente bizzarro, che non si concretizza in un disegno finale. Tanti appunti in bella grafia su una Moleskine.
Verrebbe quasi voglia di dare voti, seguendo il criterio della Connection, ai singoli elementi. Per cui 4.5 al bellissimo incipit nel quale due ipotesi di storie corrono parallele, col fiatone, ma sarà una a prevalere sull’altra, vincitrice ma con uno sguardo compassionevole (verso la storia mancata, verso il padre Zissou che scompare), 2.5 allo snodo drammatico del funerale del ragazzo indiano annegato (per nulla ridondante, anzi, ma decisamente irrisolto, soprattutto visivamente), 2.5 al flashback sul funerale del padre, bello spunto ma svolgimento a vuoto (però 4 allo sguardo stranito del meccanico Barbet Schroeder), 3 al deludente approdo al convento nel quale si è ritirata la madre, una Anjelica Huston un po’ sacrificata in un personaggio abbozzato (ma 4 per avermi fatto pensare per bislacche assonanze a uno dei film più belli che abbia mai visto, “Narciso nero” di Powell e Pressburger), 4.5 ad Adrien Brody, il migliore dei fratelli Whitman, 5 al profumo “Voltaire n.5”, 2.5 al modo in cui viene alla fine sperperato il tema del “rito” attraverso il quale provare a sancire una rinnovata coesione, 3 al carrello laterale fin troppo di maniera che percorre la sezione del treno nel quale tutti i personaggi fanno capolino con le loro storie (ma 4 all’apparizione della tigre), 3 al quarto d’ora finale (ma non alla sequenza finale) che mi sembra stenti a chiudere una storia che è a malapena iniziata, 4 al racconto che Jack sta scrivendo, abitato da personaggi di “assoluta finzione”, di cui conosce la fine ma non l’inizio, e alla leggerezza metanarrativa di tutto ciò, 3 alla “gag” del serpente, 4.5 al cortometraggio d’apertura “Hotel Chevalier”, ironicamente sensuale e struggentemente sarcastico, che in pochi minuti e con poche battute riesce a creare il passato, il presente e il futuro di una storia (che è d’amore e di logoramento, ma che è principalmente una storia), quel senso del tempo che invece mi sembra così statico nel lungometraggio seguente. Basta, mi fermo qui con questo giochetto scemo.
Pur alle prese con un materiale così frammentario (volutamente frammentario) la regia di Anderson è più parsimoniosa del solito, silenziosamente cinéphile, pochi arabeschi nella sua caratteristica messinscena frontale. La stessa messinscena che però nell’album di famiglia dei Tenenbaum e nei capitoli illustrati del romanzo d’avventura à
E quelle valigie di cui si liberano alla fine del film mi sembrano decisamente leggere.
Un po’ troppo facile liberarsene.
