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mercoledì, 01 novembre 2006

BROKEN FLOWER, BIG SLEEP

THE BLACK DAHLIA di Brian De Palma

Da depalmiano quasi integralista (pronto a difenderne non solo la missione impossibile ma perfino quella, comprensibilmente massacrata da molti, su Marte) sono sconcertato.

Perchè "The Black Dahlia" è un testo audacemente teorico in cui il corpo del noir viene sezionato e svuotato fino a sfiorarne la parodia (proprio come il cadavere di Elizabeth Short), in cui la verità, se esiste, è relegata nella desolazione dei provini in bianco e nero, nei ringraziamenti dei titoli di coda, nel porno archeologico, dove la presunta realtà, oscenamente, ha la meglio sulla fiction. Ma è uno sguardo teorico che appare del tutto involontario, retto da un'ossessione fredda di cui vediamo solo lo scheletro e nulla più, perfino privo del godimento puramente mentale e masturbatorio che i dispositivi metacinematografici sulla scena e fuori scena dovrebbero/potrebbero scatenare.

L'interpretazione postmoderna sembra così essere solo il fondo di caffè nella tazza di un noir che in quanto tale funziona poco, nonostante l'eleganza della ricostruzione e il ricco catalogo di perversioni. E se è facile tirare in ballo come scusante l'ingombrante testo letterario di partenza (ma "Il falò delle vanità" allora?), risulta decisamente meno facile giustificare come fatto apposta un miscasting incredibile (e Josh Hartnett è imbarazzante in modo insostenibile) in cui gli unici veri brividi vengono da una Fiona Shaw sopra le righe che sul finale ripropone lo spettrale istrionismo sunsetboulevardiano di Gloria Swanson/Norma Desmond e dall'apparizione sfigurata di William Finley, eterno fantasma di un palcoscenico qui più oscuro che mai (e dal cameo musical en travesti di k. d. lang).

Alla fine a funzionare sono davvero solo i pezzi di bravura virtuosistica, mica tanti tra l'altro (e mi piace ricordare, più del dolly à la Orson Welles che lega diversi crimini in un unico iperdelitto pianosequenziale, la lunga grottesca soggettiva in casa Liscott, il vero ghigno sanguinante del film), inseriti una struttura drammatica di un rigor mortis da lasciare spezzati in due. Come la Dalia Nera, abbandonata in un terrain vague alle pendici di un'impassibile Hollywoodland.

Forse rivedendolo, potrei innamorarmene perdutamente o perdutamente odiarlo.
Al momento preferisco fare a meno di questo ennesimo proclama sulla morte del cinema.

postato da: UnoDiPassaggio alle ore 16:09 | link | commenti (10)
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Commenti
#1   01 Novembre 2006 - 16:22
 
aah che bello arrivare qui e trovare una tua nuova recinzione. Che, mi ripeterò, ma mi piace moltissimo, una delle migliori che abbia letto se posso esagerare nella disgustosa piaggeria. E sono anche d'accordo sul giudizio. Black Dahlia è una grande occasione sprecata.
p.s. a me la soggettiva in casa Lindscott non è piaciuta poi così tanto. Non so mi è sembrato un po' un facile esercizio stilistico-moralistico, una trovata un po' troppo calcolatamente "iconocla-moralistica" e per tale un po' telefonata.
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#2   01 Novembre 2006 - 16:40
 
Non so come sia possibile, ma nonostante la tua insoddisfazione (che peraltro condivido) a legger le tue parole mi vien quasi voglia di rivedere e innamorarmi di "Black Dahlia"!
utente anonimo

#3   01 Novembre 2006 - 17:57
 
Io ho visto la mano di De Palma sono nell'assassinio in cima alle scale con la donna dalla faccia nera.
Per il resto condivido pienamente lo sconcerto e aggiungo anche un po' di noia per la trama che se nel libro si rotolava meravigliosamente, nel film si ingarbuglia sempre di più (chi non ha letto il libro non riesce ad afferrare tutto).
E allora noi facciamo il broncetto come Scarlet.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente NicoleDiver

#4   01 Novembre 2006 - 18:26
 
Belloccia quella locandina, non l'avevo mai vista. Ora va di moda imitare lo stile grafico delle locandine di quegli anni? (vedasi anche quella del prossimo soderbergh).

Oh
utente anonimo

#5   01 Novembre 2006 - 19:52
 
Bhuuuuu

Ciaoo Rob
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#6   01 Novembre 2006 - 20:10
 
recensione scritta da Dio!
concordo sul film.
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#7   02 Novembre 2006 - 22:16
 
@Noodles: Grazie, mio caro (sai, la soggettiva in casa Liscott mi ha riportato al De Palma che mi piace di più, quello grottesco, voyeur, teorico ma sensualmente "volgare"...)
@cooper: Guarda, lo stesso pensiero l'ho avuto anch'io mentre scrivevo il post, e questa è la ragione delle due frasi finali; ci sarà tempo probabilmente per capire (o sentire) di più (o di meno)... ^^
@NicoleDiver: Diciamocela tutta, noi che di queste cose ne capiamo. Il problema sta tutto nei golfini d'angora indossati da Scarlett perchè, per fare solo un esempio, è evidente che stanno meglio a Johnny Depp in "Ed Wood". E' lì che crolla il discorso depalmiano. L'angora non perdona.
@Oh: Non so se vada di moda ma in questo caso la locandina old-fahioned è più che azzeccata. Se Soderbergh si fermasse alla locandina (l'ho vista, très chic) forse sarebbe meglio per molti di noi.
@Rob: posso unirmi al coro di dileggio? ^^
@DelirioCinefilo: no, non da Dio, da me, te lo giuro (perdonami)
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#8   06 Novembre 2006 - 14:15
 
PS: coi nostri potenti mezzi, posso affermare con sicurezza che dice "Hear all the bombs, they fade away". C'è scritto nel booklet del cd, che per inciso è di una bellezza grafica che ripaga dei soldi spesi.
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#9   06 Novembre 2006 - 15:05
 
Mi fidavo di te a prescindere da qualsiasi booklet (mi fai le fotocopie? ^^). Però il "they" non lo so se l'aggiungo.
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#10   26 Novembre 2006 - 19:49
 
ma guarda che ti invidio! :)
scrivi benissimo
sono abbastanza d'accordo con te sul film
De Palma è sempre De Palma comunque, ma in questo progetto secondo me si trascina un pò stancamente, forse imprigionato tra le pieghe del romanzo
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Paradine

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